Il Padre e Dottore della Chiesa san Beda il venerabile (673-735), monaco di Jarrow è una delle figure più significative della Chiesa anglosassone e della storia della cultura medievale europea. Teologo, storico e insegnante, trascorse la sua vita immerso nello studio, nella preghiera e nella guida spirituale dei suoi discepoli.
Quando la sua vita terrena giunse al termine, il condiscepolo Cuthbert scrisse una lettera che ci offre una testimonianza diretta e viva degli ultimi giorni di Beda. Il testo non si limita a raccontare la malattia e la morte: descrive la sua costante devozione, il modo in cui distribuiva piccoli doni ai confratelli, il canto dei Salmi e la preghiera continua, trasmettendo con forza la spiritualità e l’affetto che lo legavano ai suoi discepoli.
Questa epistola è quindi più di un documento storico: è un ritratto della vita interiore di un uomo santo, della sua umiltà, della sua fedeltà a Dio e dell’esempio di santità che lasciò ai contemporanei. La presente traduzione dall’originale latino vuole rendere accessibile questo testo a un pubblico moderno, mantenendo la fedeltà al latino originale e la solennità dello stile, per far risuonare anche oggi la voce del Venerabile Beda.
Lettera di Cuthbert sulla morte del Venerabile Beda
Inizio del resoconto commemorativo sulla morte1 del beato e straordinario Dottore Beda, che fu presbitero del monastero di Jarrow e illustre maestro.
«Al dilettissimo collega in Cristo, Cuthwin, Cuthbert, tuo condiscepolo in Dio, salute eterna.
Ho ricevuto volentieri il piccolo dono che mi hai mandato e con molta gratitudine ho letto le lettere della tua devota erudizione, nelle quali ho trovato — soprattutto ciò che desideravo — che da voi sono state diligentemente celebrate Messe e sacrosante preghiere per il nostro Padre e Maestro Beda, amato da Dio.
Perciò, per la sua carità verso di noi, mi è gradito dire in poche parole — per quanto la mia intelligenza lo permette — in che modo sia passato da questo mondo, poiché ho capito che anche tu desideravi e chiedevi di saperlo.
Venne dunque afflitto da una gravissima infermità, con respiro molto affannoso, ma senza dolore, prima del giorno della Risurrezione del Signore (8 aprile), cioè per circa due settimane; e così, poi, lieto e gioioso, rendeva grazie a Dio onnipotente ogni giorno e notte — anzi, in ogni ora — fino al giorno dell’Ascensione del Signore, cioè il settimo delle calende di giugno (29 maggio), conducendo la sua vita.
A noi, suoi discepoli, impartiva quotidianamente lezioni, e tutto ciò che restava del giorno lo dedicava al canto dei Salmi; passava anche tutta la notte in letizia e rendimento di grazie, salvo quel poco che il sonno gli impediva.
Al risveglio, riprendeva subito le sue consuete attività e, con le mani distese, non cessava mai di rendere grazie a Dio.
In verità confesso che non ho mai visto né sentito alcuno rendere grazie al Dio vivente con tanta diligenza.
Oh era veramente un uomo beato! Cantava il detto del beato apostolo Paolo (Eb 10,31): “È cosa terribile cadere nelle mani del Dio vivente”, e molte altre cose della Sacra Scrittura, con le quali ci esortava a risvegliarci dal sonno dell’anima, meditando l’ultima ora. Disse anche alcune cose nella nostra lingua, cioè l’inglese, poiché era molto esperto nei nostri canti. In quel momento, componendo un canto inglese, parlava con grande commozione:
“Nessuno è più saggio di quanto gli convenga, se non riflette, prima di lasciare questo mondo, sulla destinazione della sua anima e sull’esame che Dio le farà dopo la morte”.
Il senso latino è: “Nessuno è più prudente del necessario: rifletta, prima che l’anima parta, su ciò che di bene o di male ha compiuto e su come verrà giudicata dopo l’uscita dal corpo”.
Cantava anche le antifone secondo il nostro uso e il suo. Una di queste è:
“O re di gloria, Signore delle virtù, che oggi sei salito trionfante sopra tutti i cieli, non lasciarci orfani, ma manda su di noi lo Spirito di verità, la promessa del Padre. Alleluia”.
E quando giunse alle parole “non lasciarci orfani”, scoppiò in lacrime e pianse molto. E dopo un’ora ricominciò a ripetere ciò che aveva iniziato. E noi, ascoltandolo, piangemmo con lui. A volte leggevamo, a volte piangevamo: anzi, ogni volta leggevamo con il pianto.
Così passammo i giorni della Quinquantesima (cioè i giorni che precedono la Quaresima) in tale letizia fino al giorno indicato; ed egli gioiva molto e rendeva grazie a Dio perché si era degnato di farlo ammalare in quel modo. Ripeteva spesso: “Dio corregge ogni figlio che accoglie”, e molte altre cose della Sacra Scrittura.
Ripeteva anche la sentenza di sant’Ambrogio: “Non ho vissuto in modo da vergognarmi di restare tra voi; ma neppure temo di morire, perché abbiamo un buon Signore”.
In quei giorni si dedicava a due opere molto degne di memoria, oltre alle lezioni e al canto dei Salmi che ricevevamo da lui. Tradusse nella nostra lingua, per l’utilità della Chiesa, il Vangelo di san Giovanni fino al punto in cui si dice: “ma che cosa sono questi tra tanti”. E tradusse alcune Excerptiones dai libri delle Notae del vescovo Isidoro, dicendo: “Non voglio che i miei discepoli leggano ciò che non è vero e che dopo la mia morte si affatichino invano su questo”.
Quando giunse il martedì prima dell’Ascensione del Signore, cominciò a peggiorare molto nell’affanno, e apparve un piccolo gonfiore ai piedi. Tuttavia trascorse tutto quel giorno dettando lietamente. E talvolta disse: “Imparate in fretta; non so quanto a lungo rimarrò, e se il mio Creatore non mi prenderà presto”. A noi sembrava che conoscesse bene la sua fine.
Trascorse la notte in rendimento di grazie. E al mattino, cioè il mercoledì, ci ordinò di scrivere diligentemente ciò che avevamo iniziato. E così facemmo fino alla terza ora.
Dalla terza ora in poi andammo in processione con le reliquie dei santi, come richiedeva la consuetudine di quel giorno. Uno di noi, però, rimase con lui e gli disse: “Maestro carissimo, manca ancora un capitolo; ti sembra difficile rispondere?”. E lui: “È facile — disse — prendi la tua penna, temperala e scrivi velocemente”. E così fece.
Alla nona ora mi disse: “Ho in una piccola cassetta alcune cose preziose: pepe, fazzoletti e incenso2. Corri in fretta, chiama i sacerdoti del nostro monastero e conducili da me, affinché io distribuisca loro i piccoli doni che Dio mi ha dato. I ricchi di questo mondo desiderano dare oro, argento e altre cose preziose; io invece, con grande carità e gioia, darò ai miei fratelli ciò che Dio mi ha concesso”.
Ed io lo feci con tremore. Egli parlò con ciascuno di loro, supplicandoli e pregandoli di celebrare Messe per lui e di fare diligentemente preghiere. Essi promisero volentieri. Piangevano e si lamentavano tutti, perché diceva che non avrebbero più visto il suo volto in questo mondo.
Ma erano anche contenti perché disse: “È tempo che io ritorni a colui che mi ha fatto, che mi ha creato, che mi ha formato dal nulla. Ho vissuto a lungo; il buon Giudice ha provveduto bene alla mia vita; il tempo della mia partenza è vicino, perché desidero essere sciolto e stare con Cristo”.
Parlò così di molte altre cose e trascorse il giorno nella letizia fino al vespro. Allora il ragazzo disse: “Maestro diletto, una frase non è ancora stata scritta”. E Beda rispose: “Scrivi velocemente”.
Dopo un poco, il ragazzo disse: “Ora la frase è scritta”.
E Beda disse: “Bene, hai detto la verità: è compiuto. Prendi il mio capo tra le tue mani, perché molto mi piace sedere rivolto verso il santo luogo dove sono solito pregare, affinché anch’io seduto possa invocare il Padre mio”.
E così, seduto sul pavimento della sua cella, cantando: “Gloria al Padre, e al Figlio, e allo Spirito Santo”, e mentre nominava lo Spirito Santo, esalò l’ultimo respiro dal corpo e così migrò al regno del Padre, verso i cieli.
Dicevano tutti coloro che assistettero alla morte del beato Padre che non avevano mai visto nessuno terminare la vita con tanta devozione e tranquillità; poiché, come hai sentito, finché l’anima rimase nel corpo cantò “Gloria al Padre” e altre parole spirituali a gloria di Dio, e con le mani distese non cessò di rendere grazie al Dio vivo e vero.
Sappi, carissimo fratello, che potrei raccontare molte altre cose, ma la povertà della mia lingua rende il discorso breve. Tuttavia penso, con l’aiuto di Dio, di scrivere più ampiamente ciò che ho visto con i miei occhi e udito con le mie orecchie»3.
Note
- La circonlocuzione traduce il latino epilogium. Nel contesto latino medievale, “epilogium” indica una breve opera di conclusione o commemorazione, spesso dedicata a una persona illustre. Nel caso della Epistola Cuthberti de obitu Venerabilis Bedae il termine non sta ad indicare un epilogo di un’opera precedente, ma piuttosto un resoconto commemorativo e agiografico, che chiude simbolicamente la vita di Beda e ne sottolinea la santità e la grandezza come maestro e monaco. Il termine riflette sia il carattere conclusivo (fine della vita, epilogo terreno) sia la funzione celebrativa, come se fosse un piccolo memoriale scritto dai discepoli. ↩︎
- Questi tre oggetti avevano un significato simbolico. Il Pepe (piper) non era solo spezia da cucina, ma simbolo di valore e offerta preziosa. Spesso nei monasteri veniva dato come dono liturgico o simbolo di carità fraterna tra monaci e discepoli. Nel caso di Beda, indica la distribuzione di ciò che è piccolo ma significativo, segno di attenzione personale ai confratelli. I fazzoletti da preghiera (oraria) erano piccoli panni usati per asciugarsi le mani o il sudore durante le preghiere, ma erano anche oggetti devozionali, talvolta portati in processione o usati per asciugare reliquie. Simboleggiano la cura spirituale e l’intimità della preghiera, ricordando il gesto del servizio e della purezza.
L’incenso (incensa), utilizzato nei riti liturgici per purificazione e offerta a Dio, simboleggia la preghiera che sale a Dio (cf. Sal 141,2: “posuisti orationem meam sicut incensum coram te”). Nel contesto di Beda, distribuire incenso era un atto di partecipazione alla liturgia e alla devozione comunitaria. ↩︎ - J. A. Giles d.c.l., The complete works of venerable Bede, in the original latin, collated with the manuscripts, and various printed editions, Whittaker and Co. , Ave Maria Lane, London, 1843, pp. 163-166 [nel file digitale: pp. 165-168]. ↩︎
(San Giovanni Bosco)
Condividi:
- Fai clic per condividere su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
- Fai clic per condividere su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
- Fai clic per condividere su X (Si apre in una nuova finestra) X
- Altro
- Fai clic qui per stampare (Si apre in una nuova finestra) Stampa
- Fai clic qui per condividere su Pinterest (Si apre in una nuova finestra) Pinterest
- Fai clic qui per condividere su Reddit (Si apre in una nuova finestra) Reddit
- Fai clic per condividere su Telegram (Si apre in una nuova finestra) Telegram
- Fai clic qui per condividere su LinkedIn (Si apre in una nuova finestra) LinkedIn
- Fai clic qui per condividere su Tumblr (Si apre in una nuova finestra) Tumblr
- Fai clic qui per condividere su Pocket (Si apre in una nuova finestra) Pocket