Una testimonianza ultraterrena per illuminare la crisi educativa e il vuoto della scuola contemporanea italiana
Introduzione
Essendo l’EPM multipla di Gloria Polo non solo un racconto dell’aldilà – così come Gloria lo ha potuto comprendere, ricordare e riportare1 – ma anche una radiografia ontologica della sua vita che mette in luce le conseguenze della sua crisi formativa, per gli educatori cattolici, chiamati dall’Associazione Italiana Maestri Cattolici (AIMC) a servire la verità e la formazione integrale della persona, la sua vicenda può essere letta come un drammatico e luminoso “itinerario pedagogico”. Itinerario che illumina in qualche modo l’attuale crisi dell’itinerario formativo scolastico italiano.
Identità e credibilità di Gloria Polo
Gloria Polo2 è una donna del nostro tempo. Una odontoiatra affermata, immersa nelle dinamiche di una società metropolitana e globale come quella di Bogotá.
Il 5 maggio 1995, un fulmine la colpisce, lasciandola clinicamente morta. Nei tre distinti lassi di tempo in cui il suo cuore rimase fermo – ovvero in seguito alla folgorazione, durante l’intervento chirurgico e nella degenza ospedaliera – Gloria vive una rara esperienza di premorte (EPM). Rara perché multipla, veridica, prima piacevole e poi dolorosa.
L’EPM di Gloria si dà in tre distinti momenti tra essi collegati. Alcune delle sue percezioni visive, uditive e cinestetiche3 avute durante l’esperienza extracorporea, anche a diversi chilometri dal suo corpo giacente esanime, sono state confermate da testimoni4: la figlia confermò di aver sentito l’abbraccio invisibile della madre proprio mentre Gloria la stava abbracciando; la cognata confermò di essere svenuta, come Gloria le avevo visto fare; e infine il marito confermò di avere visto le sembianze spirituali di Gloria salire verso l’alto nella prima fase della sua EPM.
L’esperienza extracorporea di Gloria non è però limitata alla dimensione terrena. Non solo si ritrovò fuori dal suo corpo, nella nostra abituale dimensione terrena, sebbene libera dai limiti del tempo e dello spazio e avvolta da un amore indescrivibile che l’attirava irresistibilmente, ma sperimentò anche una terrificante caduta a capofitto lungo un luogo ultraterreno che l’immaginario cattolico identifica con il purgatorio. Passò per i suoi vari livelli. Incontrò i suoi genitori defunti. Infine vide nel libro della vita tutte le vicende della sua esperienza terrena. Comprese il valore spirituale delle sue libere scelte di azione o omissione alla luce dei Dieci Comandamenti. Rimase esterrefatta nel constatare le smisurate conseguenze delle sue scelte e di essersi auto condannata per esse. Dopo aver chiesto a Gesù di salvarla, ricevette il perdono dei suoi peccati e la missione di testimoniare mille volte mille la sua esperienza ultraterrena.
Anche per queste ultime narrazioni di Gloria circa il suo viaggio in una dimensione ultraterrena abbiamo un autorevole testimone che sostiene la loro credibilità. Anzi abbiamo il piú autorevole: Gesù. Non che sia apparso ad un gruppo di persone per dare la sua testimonianza, ma ha agito miracolosamente secondo la medesima logica che utilizzò un giorno quando era in Terra. Gesù un giorno a Cafarnao perdonò tutti i peccati ad un paralitico. Il paralitico sentiva il perdono divino concessogli. Come lo sente ogni cattolico che si confessa sacramentalmente con vera fede e scaccia con forza dal proprio cuore il patologico senso di colpa, pur conversando il senso del peccato. Ma i farisei astanti dubitavano di questa azione, invisibile ai loro occhi. Per dimostrare di avere il potere reale, efficace ma invisibile all’occhio umano di rimettere i peccati, Gesù allora guarì fisicamente il paralitico. Compì cioè un miracolo di sanazione visibile, tangibile e oggettivamente indubitabile a sostegno del suo potere invisibile. «”Che cosa […] è più facile: dire “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati e cammina”? […] Perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati: Àlzati – disse allora al paralitico -, prendi il tuo letto e va’ a casa tua”. Ed egli si alzò e andò a casa sua». Ebbene, in Gloria Gesù, perché si potesse credere il suo invisibile viaggio ultraterreno, ha compiuto la miracolosa rivitalizzazione delle sue gambe, per le quali era già stata decisa l’amputazione; la miracolosa ricrescita nottetempo del suo seno, svuotatosi per la folgorazione; e la miracolosa ripresa della funzionalità delle sue gonadi bruciate dal fulmine, ripresa che le permise di concepire, gestare e partorire la sua terzogenita. Io mi auguro ognuno comprenda che con questi fatti miracolosi, appena elencati e che solo Dio può compiere, Gesù gli sta dicendo: «Perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di far sperimentare un viaggio nell’aldilà mentre si è ancora in vita sulla terra: “Alzati, Gloria, prendi tua figlia e allattala». Gesù non pretende quindi che si creda a Gloria sulla base delle sue sole parole. Avendoci creato come esseri razionali, vuole che noi ci si regoli secondo ragione per giungere a credere alla sua narrazione ed essere, allora, non creduloni, ma credenti.
La testimonianza di Gloria Polo
Le radici della deriva: l’abbandono della formazione cristiana
Nessuno cade nel vuoto esistenziale all’improvviso; vi si scivola per gradi, attraverso piccole e grandi infedeltà. Gloria nasce in un contesto di fede. Sua madre è una donna di profondissima pietà, ma la piccola Gloria, nonostante alcune grazie mistiche straordinarie e una spiccata sensibilità religiosa infantile, inizia a lasciarsi influenzare dal padre, che criticava la religiosità di sua moglie.
«Sarei stata beata – racconta Gloria –, se avessi messo in pratica l’insegnamento esemplare di mia madre. Mi feci, invece, sempre più rassomigliante a mio padre. Anzi, da imitatrice di mia mamma, mi convertii nell’imitatrice della spietatezza e maldicenza di mio padre, divenendo col tempo la figlia più somigliante: non perdonavo le offese ricevute e avevo preso la sua abitudine di sparlare dei miei nemici con lui. Quanto gli piaceva accomodarsi in veranda e, tra una tirata di sigaretta e una sorsata di aguardiente, ascoltare le mie maldicenze e sparlare del suo parroco a volontà»5.
La piccola Gloria, poi, si lascia risucchiare dal vortice della mondanità, quando si trasferisce da una zona rurale della Colombia nella metropoli colombiana Bogotà e inizia a frequentare, nonostante le sue umili origini, un collegio per bambine ricche gestito da suore cattoliche. L’influenza delle coetanee, in particolare della ricca amica Estela, si rivela letale per il suo spirito. Estela non è un demone, è una bambina ricca e cosciente del potere che la ricchezza le dà; è perfettamente integrata nei valori del secolo e non si fa scrupolo a non seguire i valori della fede cattolica. Gloria si avvicina a questa bambina perché come lei subisce un’iniziale discriminazione, sebbene per motivi diversi: Gloria, perché povera; Estela, perché nuova e cacciata da un altro collegio. Estela è estroversa e non solo vince rapidamente la discriminazione, ma riesce a farsi amiche delle “dive” del collegio. Gloria vede in Estela il suo biglietto di ingresso nella nuova società a cui appartiene e non si avvede a sufficienza che tale frequentazione mina progressivamente la sua spiritualità, facendole percepire la fede come un limite alla sua affermazione sociale.
«Quando la mia mamma si rese conto del mio cambiamento, me lo fece subito notare, dicendomi: “Figlia mia, stai cambiando. I tuoi occhi sono diversi. Ricordati del peccato mortale. Non lasciarti uccidere l’anima”. Non volli ammetterle il mio cambiamento. Non solo tacqui ciò che le era nascosto, e cioè: che ero diventata bugiarda per nascondere i vizi del fumo di sigaretta, dell’alcol e della visione di film pornografici, le mie pratiche occulte e la frequentazione di feste collegiali nel tempo in cui avrei dovuto applicarmi al doveroso studio; ma non ammisi nemmeno l’evidenza e che cioè, avendo perso la purezza – sebbene ancora non la verginità –, si era affievolito in me il senso del pudore e avevo smarrito la modestia. Feci ancora peggio: continuai a simulare la mia religiosità e il mio stato di grazia. Partecipavo, allora, alla Santa Messa e mi comunicavo, omettendo, però, la necessaria previa confessione sacramentale. Le mie comunioni sacrileghe mi sigillarono nel peccato e fecero sì che la mia anima di bambina beneficata da una profonda relazione con Dio potesse rimanere morta. La Voce meravigliosa a commento di questa scena impietosa «scritta» nel libro della vita tuonò: “Chi mangia il mio corpo e beve il mio sangue indegnamente… mangia e beve la propria condanna” (cfr. 1Cor 11,27.29). I peccati non confessati, come virus letali, iniziarono a vivere stabilmente in me fino a indurmi a dire con sfacciataggine alla mia mamma: “Ma come puoi mamma pensare che sia cambiata e che non sia in grazia? Vedi che continuo a comunicarmi?”. Mia mamma non si lasciava, però, persuadere da queste mie menzogne, perché aveva davanti agli occhi gli evidenti segni del mio cambiamento. Mi giocai, allora, la carta del giuramento imprecatorio per avallare le mie menzogne. Baciando i miei indici posti a croce, le dissi: “Te lo giuro! Che mi colpisca un fulmine se sto dicendo bugie!” e la Voce meravigliosa, che presiedeva all’esame della mia vita nell’orrida voragine in cui mi trovavo ancora a testa in giù, mi indicò che la mia parola aveva avuto un potere e che essa si era pienamente realizzata nella mia folgorazione»6.
È il primo, silenzioso fallimento di un itinerario formativo, un naufragio a cui concorrono sia l’incapacità di chi avrebbe dovuto impartire una guida spirituale salda (il padre e le figure scolastiche), sia il rifiuto di chi doveva farsi docile per accoglierla. L’effetto di questa doppia defezione fu il dissolversi di Gloria nella – solo apparentemente – felice omologazione.
Gli idoli del successo e il vuoto mortale
Gloria diventa ciò che la società le aveva insegnato a desiderare: una professionista di successo, ricca, ammirata. Ma la sua è una trionfale sconfitta spirituale. Avendo abbandonato Dio, si prostra davanti ai suoi surrogati: gli idoli del denaro, del successo e dello status sociale.
Nel libro della vita, che le verrà mostrato durante la sua EPM, Gloria comprende l’illusione di questa scalata. La sua vita, apparentemente piena, è in realtà un sepolcro imbiancato. Sperimenta un vuoto mortale, un’aridità che nessuna cena di lusso, nessun abito firmato, nessun riconoscimento professionale possono colmare. È la tragedia dell’uomo contemporaneo: aver conquistato il mondo, ma aver smarrito la propria anima (cfr. Mc 8,36).
«Il Signore mi aveva molto benedetta. La benedizione, però, opera e dura sugli uomini, se gli animi rimangono fedeli al decalogo e alla dottrina di Gesù. In me, dunque, infedele, che avevo lasciato aumentare le mie colpe di peso col loro numero, la benedizione si volatilizzò. E fu giusto. Se è vero che Dio dà sole e aria tanto ai buoni come ai cattivi (cfr. Mt 5,45) perché vivano – e se buoni si facciano migliori, se cattivi si convertano –, fu anche giusto che la protezione del Padre si volgesse altrove, a castigo, cioè purificazione, della mia malvagità. Fu così che si compirono le conseguenze penose dei miei peccati. Esse avrebbero dovuto fungere da richiamo a ricordarmi di Dio e a fare il bene per meritare la sua protezione. Le mie pene temporali furono, dunque, “grazia” e “pietà” di Dio.
Io – come ogni uomo sulla faccia della terra – trovai molto difficile soffrire le mie pene temporali. Il dolore terreno, non voluto da Dio, ma conseguenza del peccato d’origine e dei peccati temporali, durerebbe sempre poco tempo, anche se durasse tutta la vita. Ed è meglio soffrire per poco tempo che per sempre. Meglio soffrire in terra che nel purgatorio, perché il tempo là è misteriosamente moltiplicato.
Sebbene io non fossi giusta e di conseguenza subii le mie pene temporali con disperazione e ribellione – senza offrirle e senza offrirmi con rassegnazione, come sacrificio di espiazione per le mie manchevolezze e le colpe del mondo, perdendo così la possibilità di aumentare i miei meriti – le mie pene furono, comunque, redenzione.
La prima avvisaglia della mancanza di protezione di Dio era il mio terribile vuoto esistenziale, vuoto che i miei successi e la mia agiatezza economica non potevano colmare. Quel vuoto era dovuto, infatti, all’assenza di Dio nel mio cuore e solo lui, dunque, avrebbe potuto colmarlo, null’altro. Ma il primo grande segno della mancanza di protezione di Dio fu il fallimento dell’allevamento bestiame di mio marito Luis Fernando. La nostra famiglia dovette attraversare una grave crisi economica. Senza l’illusoria sicurezza derivante dal denaro mi sentivo persa. Ero disperata. Sebbene non ne avessi consapevolezza, poiché il mio demonio custode aveva indebolito la mia capacità di discernimento, la mia disperazione provava che il dio a cui avevo reso culto era proprio il denaro, che avevo sempre rincorso da quando avevo tredici anni: “Signore, ho la rata del mutuo dell’appartamento. Signore, i soldi. Guarda che mi pignorano tutto, non ho soldi…”. Quando la domenica andavo in chiesa, mi avvicinavo alla statua del bambino Gesù, gli sfregavo la manina aperta e farfugliavo quella che a me sembrava una preghiera: “Ascolta… sgancia i soldi che ne ho bisogno”. Questa divenne la mia relazione con Dio: una relazione totalmente economica. Dio non era il mio bene, ma semplicemente l’intermediario che avrebbe potuto ottenermi il denaro, che pensavo essere il mio vero bene»7.
Il baratro della disperazione e il tradimento del ministero
Il crollo psicologico ed esistenziale di Gloria tocca il suo apice in un episodio che merita di essere citato per intero per la sua terribile attualità. Schiacciata dal peso del suo stesso vuoto, Gloria arriva a tentare il suicidio. Pentita si reca in una chiesa per confessarsi, temendo per il suo destino eterno:
«“Padre, mi perdoni. Ho appena tentato il suicidio… se morissi in questo istante senza la sua assoluzione… mi condannerei e finirei per sempre all’inferno”. Il giovane sacerdote dietro la grata del confessionale scoppiò a ridere e mi rispose: “Mi meraviglio di lei signora, sembra una donna intelligente e di cultura. Come fa, dunque, a credere al diavolo e all’inferno, se né il diavolo, né l’inferno esistono?”. Ero scioccata! “L’inferno e il diavolo non esistono? Mi hanno fatto credere a una menzogna? Ma se non c’è l’inferno e quindi andiamo tutti in paradiso, l’opera redentiva di Gesù è una baggianata, perché totalmente inutile. Per quale motivo sarebbe dovuto morire inchiodato al legno di una croce?”. Non pensai che l’eresia di quel giovane sacerdote conservasse ancora un residuo di utilità alla morte in croce di Cristo, e cioè: la liberazione dal peccato originale perché avevo da tempo perduto questa fondamentale nozione della teologia cristiana e non seppi far altro, di conseguenza, che diventare da quel giorno completamente atea. Così mi trovò il fulmine. Il mio demonio custode si era servito di un sacerdote cattolico infedele per dare l’ultima spallata alla mia moribonda fede (cfr. Gc 2, 26)»8.
L’incontro con il “Paziente Pedagogo”
Nelle Conclusioni dell’opera testimoniale, Conclusioni che ho elaborato come sintesi teologica dell’intera vicenda narrata, ho definito questa dinamica come l’incontro con Dio, il “paziente pedagogo”. Dio non si limita a giudicare; Dio educa. Egli permette a Gloria di varcare la soglia dell’eternità per mostrarle la verità delle sue scelte, non per umiliarla, ma per guarirla:
«La mia testimonianza, in ultima analisi, è il resoconto della sapiente pedagogia che Dio, senza mai ledere la mia libertà, ha utilizzato con me per infondere in me – donna persa nel peccato e convinta di meritare il paradiso – la consapevolezza del mio stato di peccato e il desiderio del vero paradiso. Ripercorrendo il mio itinerario pedagogico, vediamo che Dio prima mi fece sperimentare un assaggio dell’indescrivibile premio eterno dei giusti, da me sottovalutato e autoassegnatomi; poi mi apparve all’ospedale pubblico “Simón Bolívar” per invitarmi a sentirmi bisognosa della sua misericordia al fine di ottenere da lui il perdono e la salvezza; infine, essendone io incapace, Dio stesso provvide a rendermene capace, facendomi vedere nel libro della vita, durante la mia seconda esperienza di premorte dolorosa, il reale stato della mia anima. Quando, infine, mi riconobbi bisognosa della sua misericordia, mi venne data la possibilità di confessarmi sacramentalmente e di iniziare il mio cammino di conversione e di sequela di Gesù. […] Riassumendo la mia vicenda terrena precedente la folgorazione, debbo ammettere che corsi dietro agli interessi umani, mi spersi su percorsi di umano piacere, sviai dietro ingannevoli dottrine, mi abbagliai in troppi miraggi di scienza umana. Giunse la sera della mia vita e mi ritrovai lontana da Dio. Lui, che mi aveva creata per amore, desiderava stare con me, ma io non desiderai stare con Lui. Stanca, nauseata, corrosa, non ebbi più forza di accostarmi al Signore. Già fu molto se restò in me un residuo di nostalgie celesti e di ricordi di fede che mi fecero gettare il grido degli antichi lebbrosi: «Gesù, maestro, abbi pietà di me» (Lc 17,13); il grido che salva, perché non si chiama mai inutilmente il nome di Gesù. Lui, che vegliava in attesa d’esser chiamato, accorse presso di me che lo invocavo e per il suo nome, davanti al cui suono tremano di gioia i Cieli e di terrore gli abissi, operò il miracolo»9.
Dio dunque si rivela a Gloria non come un giudice spietato, ma come un paziente pedagogo. L’esperienza alle porte dell’eternità è l’estremo tentativo di un Padre per recuperare una figlia che si è smarrita. Attraverso la visione del libro della vita, Dio le mostra la verità ontologica delle sue azioni, smascherando gli idoli a cui si è sacrificata.
La responsabilità educativa
È in questo contesto pedagogico che si inserisce la rivelazione più dura per noi educatori e genitori. Il padre defunto di Gloria, presente con la madre di Gloria, anch’essa defunta, all’esame di vita della loro figlia, si sente dire dalla Voce di Gesù:
«Ti sei preoccupato di dare a tua figlia la possibilità di studiare, nonostante la tua povertà. Hai fatto molto bene. Ti sei preoccupato di farla crescere e di infonderle la responsabilità del lavoro. Hai fatto molto bene. Guardala, però, qui nell’eternità. Guardala. Quanti vizi!»10.
Il padre di Gloria si stava purgando in purgatorio:
«In questa dimensione ultraterrena in cui tutto è misteriosamente presente ciò che provocava in mio padre maggior tormento era la vista delle conseguenze del suo comportamento adulterino sui suoi figli maschi. Vedere, cioè, che tutti i suoi figli si comportavano esattamente come lui: intrattenevano relazioni extraconiugali; sperperavano i soldi del mantenimento familiare nelle gozzoviglie; riducevano la propria famiglia in ristrettezze economiche, come chiunque si abbandoni ai vizi; rincasavano completamente ubriachi, dopo giorni di gozzoviglie e di violazione dei doveri familiari; e maltrattavano, per giunta, i propri figli, già provati dal temporaneo abbandono. Ogni volta che i miei fratelli facevano questo, mio padre piangeva e gridava di dolore.
Per inciso, l’uomo deve essere capo della casa ma non despota, né della sposa né dei figli (cfr. Ef 5,21-6,6) e nello stesso tempo deve essere il re nel senso biblico della parola (cfr. Mc 10,42-45). Guai a quei padri che mancano al loro ufficio. Un bambino avrà l’infanzia segnata dal ricordo degli abusi subiti – e anche la restante vita, se non perdona, una volta divenuto adulto – da un padre ubriaco, perché il bambino non è in grado di comprendere le richieste di scuse che il proprio padre gli rivolge una volta tornato sobrio. A causa del suo stato di «essere in formazione» è connaturale al bambino percepire il padre come colui che «deve» provvedere, «deve» difenderlo, «deve» indirizzarlo. Il padre «non può», dunque, che conformarsi a ciò se non vuole lo smarrimento dell’anima dei propri figli, smarrimento che potrebbe essere anche mortale. Al genitore che disperde e uccide l’anima di un figlio Dio, padrone e giudice di tutto ciò che è, con inesorabile verdetto comminerà eterna pena. E mio padre l’ha rischiata! Si salvò perché, grazie alle preghiere di mia madre, si convertì otto anni prima di morire, si confessò sacramentalmente e ricevette l’assoluzione»11.
Anche Gloria, che pure aveva provveduto a ogni comfort materiale per i suoi figli, si sente rivolgere un rimprovero simile dalla Voce di Gesù:
«Hai cresciuto i tuoi figli nella bambagia, ma i tuoi figli hanno avuto genitori elettronici» […]. I miei figli, infatti, dopo l’uscita dall’asilo o dalla scuola alle 16:00, venivano educati dai «genitori surrogati» che si erano trovati, e cioè: la televisione, il computer e i videogiochi. Ero, dunque, colpevole di averli esposti, senza protezione, all’influsso negativo di questi mezzi ed ero responsabile delle conseguenze da loro subite»12.
Questa espressione, “genitori elettronici”, non è una mera critica sociologica, ma una condanna teologica della delega educativa. Dio ci chiede conto del “talento” della genitorialità e del magistero educativo.
Oltre la paura: la fiducia nel premio
Come si conclude, dunque, questo itinerario? Nelle mie Conclusioni, tengo a precisare che il fine della pedagogia divina non è il terrore, ma l’amore.
«Facendomi vivere questa mia esperienza e dandomi il comando di raccontarla, il Signore non ha voluto tanto che venisse diretta la nostra attenzione all’abisso nero, ma all’Abisso luminoso. Perché, se la paura di un castigo può trattenere dal fare il male tre volte su dieci, la certezza di un premio slancia a fare il bene sette volte su dieci. Perciò, più che la paura del castigo fa la fiducia nel premio. E Gesù vuole che tale fiducia noi l’abbiamo piena, sicura, per potere fare non sette parti di bene su dieci, ma dieci parti su dieci e conquistare questo premio santissimo del cielo»13.
La misericordia di Dio è un abisso luminoso, infinitamente più grande del nostro peccato, ma essa non può essere accolta se non nella verità. Gloria è tornata per dirci che il tempo della misericordia è ora, che non possiamo rimandare la conversione, e che ogni anima ha un valore inestimabile, tanto che il Figlio di Dio ha versato per essa il suo sangue.
Dalle macerie di Gloria alle macerie della scuola: i quattro pilastri della crisi formativa
Cari lettori, se abbiamo avuto il coraggio di guardare nell’abisso luminoso e oscuro dell’anima della dott.sa Polo, dobbiamo ora avere il coraggio di usare la sua vicenda come uno spietato specchio per la nostra realtà educativa.
La crisi dell’attuale itinerario formativo scolastico italiano non è un semplice problema di risorse, ma una crisi antropologica. I quattro pilastri di questa crisi si intrecciano direttamente con le rivelazioni emerse nel Libro della Vita di Gloria.
1. La deriva tecnicistica: dall’Educazione all’Addestramento
La scuola italiana, sotto la pressione di logiche aziendalistiche e di classifiche internazionali (come le rilevazioni INVALSI o PISA), ha progressivamente sacrificato la dimensione sapiente del sapere a favore di quella strumentale. Si formano “competenze” per il mercato del lavoro, ma si trascura la formazione del carattere, della coscienza morale e del senso critico. Come notava don Lorenzo Milani, istruire senza educare è come costruire un’auto potente senza insegnare a guidare: il risultato è un incidente. Gli studenti escono spesso con un bagaglio di informazioni, ma con un profondo “vuoto esistenziale”, esattamente come descriveva Gloria Polo riguardo alla sua vita di apparente successo.
2. La rottura dell’Alleanza Educativa e i “Genitori Elettronici”
Questo è il punto di contatto più diretto con la testimonianza di Gloria. La scuola non può più contare su una solida “alleanza educativa” con le famiglie. Molti genitori, presi dalla frenesia della vita moderna o illusi di poter comprare il benessere dei figli, hanno delegato la formazione affettiva e valoriale a “genitori surrogati”: tablet, social media, influencer e algoritmi.
La scuola si trova così a dover combattere una battaglia impari: mentre un insegnante cerca di trasmettere il valore della fatica, della pazienza o della verità, l’algoritmo premia l’immediatezza, l’indignazione e l’apparenza. Quando la famiglia abdica al suo ruolo primario di “prima scuola”, la scuola istituzionale diventa un’agenzia di contenimento, non di formazione.
3. La crisi della figura del “Maestro” e dell’Autorità
Nel linguaggio pedagogico contemporaneo, si è fatta strada l’idea tossica che l’autorità dell’insegnante sia intrinsecamente oppressiva. Il docente è stato progressivamente ridotto a “facilitatore”, “erogatore di servizi” o, peggio, a burocrate sommerso da adempimenti.
Tuttavia, come ci ricorda la pedagogia classica e cristiana, non c’è vera educazione senza la figura del testimone. L’autorità vera non è imposizione, ma auctoritas: è la credibilità di una persona adulta che ha già percorso un tratto di strada, che incarna dei valori e che accompagna l’allievo con fermezza e misericordia. La negazione di questa figura lascia i ragazzi in balia di se stessi o in preda a nuovi “guru” digitali, replicando la dinamica di Gloria che, nel momento del suo massimo bisogno, trovò un sacerdote che, negando il male, le tolse ogni punto di riferimento.
4. Il vuoto di orizzonti ultimi e la “Pedagogia del Neutro”
La scuola italiana soffre di una forma di relativismo valoriale che, nel nome di una presunta neutralità, evita di porsi le domande ultime: Chi è l’uomo? Qual è il fine della sua vita? Che cos’è il bene?
Tuttavia, la natura aborre il vuoto. Se la scuola non offre un orizzonte di senso, di bellezza e di verità, quel vuoto verrà riempito dalle ideologie dominanti, dal nichilismo o dalle nuove forme di superstizione (dallo yoga New Age al benessere “fai-da-te”, per restare al tema di Gloria). Un itinerario formativo che non si interroga sul trascendente o sul senso della sofferenza, del limite e della morte, è un itinerario monco, incapace di preparare i giovani alle vere sfide della vita.
Conclusione: La prospettiva di speranza
Ritornare al “paziente Pedagogo”
Di fronte a questo scenario, la risposta non è un semplice “ritorno al passato” o un inasprimento delle regole. La risposta è una nuova alleanza educativa fondata sulla presenza.
Come educatori cattolici e maestri, siamo chiamati a recuperare la “pazienza del Pedagogo” di cui parlavo nelle Conclusioni del libro. Dobbiamo avere il coraggio di:
- Rivendicare la centralità della persona contro la logica della performance.
- Ricostruire il patto con le famiglie, non per delegare, ma per corresponsabilizzare, aiutando i genitori a riprendersi il loro ruolo (anche sfidando delicatamente la logica dei “genitori elettronici”).
- Tornare a essere testimoni, non solo trasmettitori di nozioni, mostrando che la verità e la bellezza valgono la fatica di essere perseguite.
La crisi è profonda, ma proprio per questo la necessità di una pedagogia che abbia il coraggio della Verità e la tenerezza della Misericordia non è mai stata così urgente. La testimonianza di Gloria Polo, in questo senso, non è un monito per spaventare, ma una mappa per ritrovare la strada smarrita.
Saluto all’AIMC
Cari lettori, cari educatori dell’AIMC, la testimonianza di Gloria Polo, nella sua versione integrale e supervisionata, è un appello urgente. Ci chiede di tornare a essere veri figli del Padre, veri padri e vere madri, veri maestri e vere guide. Ci chiede di non negare l’inferno per falsa pietà e di annunciare il Paradiso con la vita. Ci chiede di prendere davanti alla società e soprattutto davanti a Dio le nostre responsabilità della cura delle anime affidateci, di accompagnarle, con pazienza e verità, verso l’Abisso Luminoso dell’Amore di Dio che si manifesta in tutto ciò che è conoscibile.
Note
- Si veda Flaviano Patrizi, Illusione o realtà. Studio critico sulla testimonianza della dott.sa Gloria Polo e le Esperienze di Premorte, [eBook], Parte II, Conclusioni, Himmel Edizioni, Colli al Metauro, 2026. ↩︎
- In questi anni, la vicenda della dott.ssa Gloria Polo è stata frammentata, distorta e banalizzata sul web. Il testo che qui assumo come riferimento, e che invito a leggere integralmente, è l’edizione letteraria da me scritta. Si tratta dell’unica versione contenente narrazioni inedite, riscritta in forma letteraria e, fatto di assoluta rilevanza, l’unica direttamente supervisionata e approvata dalla stessa Gloria Polo, a garanzia dell’integrità teologica, biografica e comunicativa del messaggio: Gloria Polo con Flaviano Patrizi, Sono stata alle porte del cielo e dell’inferno. Nuova testimonianza della dott.sa Gloria Polo, Himmel Edizioni, Colli al Metauro, 2021. ↩︎
- Le percezioni cinestetiche sono percezioni coscienti della posizione e dei movimenti delle varie parti del proprio corpo. ↩︎
- Nella letteratura scientifica internazionale per queste particolari percezioni dimostratesi reali viene adottata la terminologia utilizzata da Janice Miner Holden: Apparently non-physical Veridical NDE Perception, il cui acronimo è AVP. ↩︎
- Polo – Patrizi, Sono stata alle porte del cielo e dell’inferno, p. 58. ↩︎
- Ibid, pp. 65-66. ↩︎
- Ibid, pp. 110-111. ↩︎
- Ibid, pp. 115-116. ↩︎
- Ibid, pp. 142-143. ↩︎
- Ibid, p. 107. ↩︎
- Ibid, pp. 26-27. ↩︎
- Ibid, p. 94. ↩︎
- Ibid, p. 143. ↩︎


