Europa sotto pressione: il grido d’allarme della convivenza impossibile

Tabella dei Contenuti

Negli ultimi mesi l’Europa è stata attraversata da una serie di disordini legati — in modo diretto o indiretto — a gruppi provenienti dalle comunità islamiche sunnite presenti sul territorio. In molte città, dalle periferie francesi ai quartieri sensibili del Belgio, fino ai recenti episodi di violenza in Germania e nei Paesi scandinavi — luoghi che hanno in comune una presenza musulmana sunnita numericamente forte e culturalmente coesa — si sono manifestate tensioni sociali che non possono essere liquidate come “casi isolati”.

Le dinamiche sono ricorrenti: le proteste degenerano in scontri, simboli cristiani e luoghi pubblici vengono attaccati, le forze dell’ordine diventano bersaglio, e interi quartieri sembrano temporaneamente sottratti alla legalità comune1.

Ogni governo tenta di rassicurare, ogni commentatore progressista di sinistra2 minimizza riducendo tutto a “disagio sociale”, ma il risultato è sempre lo stesso: una parte significativa dell’opinione pubblica percepisce a ragione — e spesso sperimenta — un crescente conflitto culturale e religioso.

A questo si aggiunge un altro fattore: non si tratta più soltanto di episodi di violenza, ma di una vera pressione culturale. In diversi contesti emergono richieste per norme speciali, spazi segregati, eccezioni religiose che confliggono con il quadro giuridico europeo.

È in questo clima, che non è il frutto di allarmismi3 ma della cronaca quotidiana4, che diventa necessario affrontare una domanda che troppi evitano: è realisticamente possibile, sul piano storico e culturale, una convivenza pacifica e stabile tra Europa secolarizzata e comunità islamiche in crescita?

Rilevamento previo

Per rispondere alla domanda bisogno previamente rilevare che l’Europa vive attualmente una crisi che non è sociale, né politica, né economica. La crisi è spirituale e antropologica. Finché questo punto non viene riconosciuto, tutto il resto — integrazione, sicurezza, convivenza — diventa un teatro di menzogne. L’immigrazione musulmana, come le sinistre progressiste vogliono fare credere, non è un fenomeno neutro. E non perché “i musulmani sono cattivi”, ma perché l’Europa non è più cristiana, quindi non ha più le difese culturali per interloquire con una religione totalizzante che, da 1400 anni, si espande non per dialogo ma per predominio.

Il risultato è scritto nella tendenza storico, non nelle ideologie: quando una civiltà forte entra in una civiltà debole, la civiltà debole cede.

Perché la convivenza con l’islam è quasi sempre fallita nella storia

La storia degli ultimi quattordici secoli mostra un modello costante. Ogni volta che una comunità musulmana cresce numericamente e acquisisce potere sociale:

  • aumenta la pressione per imporre norme islamiche nella vita pubblica;
  • emergono forme di discriminazione verso i cristiani e gli altri non-musulmani;
  • gruppi minoritari si radicalizzano e cercano di imporre una visione religiosa incompatibile con la cultura ospitante.

Non è una teoria: è la cronaca di quattordici secoli di rapporti tra islam e cristianesimo.

Regioni un tempo cristiane come Siria, Egitto, Anatolia, Mesopotamia, Nord Africa ed Europa sud-occidentale (penisola iberica) sono diventate musulmane non attraverso pari convivenza culturale, ma tramite una dinamica graduale: prima tolleranza, poi pressione, poi subordinazione, infine sostituzione culturale e religiosa.

Il vecchio stato africano del Sudan, per esempio, era composto da una popolazione religiosamente mista: nel nord del paese erano a prevalenza musulmani e nel sud a prevalenza cristiani. Il governo sudanese islamista (Fronte Islamico Nazionale di al-Turabi) nel 1983 pretese comunque l’islamizzazione forzata dello Stato e del diritto. Le popolazioni del Sud dovettero difendersi con le armi (1983-2005) fino alla divisione dello stato in due entità distinte (2011): Sudan e Sudan del sud.

Gli unici due casi moderni di convivenza relativamente stabile — Libano e Siria — sono crollati: il primo in una guerra civile sanguinosa (1975-1990), il secondo sotto un regime autoritario che teneva insieme ciò che spontaneamente sarebbe esploso.

Oggigiorno in Siria5 si sono incrementate le persecuzioni cruente islamiste contro i cristiani ed altre minoranze. In Nigeria si stanno dando persecuzioni sistematiche contro i cristiani; villaggi distrutti, chiese bruciate. In Pakistan6, Afghanistan, Iran e Iraq i cristiani sono cittadini di serie B.

L’integrazione, semplicemente, non è mai stata la via storica di equilibrio tra islam e cristianesimo. E questo non per razzismo, ma per una profonda incompatibilità antropologica, giuridica e teologica.

Il nodo europeo: un continente che ha dimenticato se stesso

1. Un’identità cristiana cancellata

La situazione europea non può essere compresa senza riconoscere un punto doloroso: l’Europa ha rimosso volontariamente le proprie radici cristiane.
Nel momento in cui ha sostituito la propria identità con un vago umanitarismo secolarista, ha perso la capacità di proporre una visione del mondo forte e coerente.

Questa debolezza culturale ha aperto la strada a un permissivismo ingenuo: immigrati accolti senza criteri, ideologia dell’inclusione usata come arma contro chiunque tentasse di porre domande serie, e una rinuncia suicida a difendere ciò che ha fondato la civiltà europea.

L’Europa non è stata invasa militarmente: si è autoindebolita culturalmente, lasciando spazio a identità più forti e coese.

2. La crisi dell’élite europea

Le classi dirigenti europee, prigioniere dell’ideologia progressista e dell’efficientismo economico, hanno trattato l’immigrazione come:

  • risorsa lavorativa,
  • strumento geopolitico,
  • simbolo morale.

In questa visione riduttiva, l’aspetto religioso — il più decisivo — è stato ignorato per decenni. Il risultato è che interi governi hanno aperto le porte a popolazioni portatrici di una religione che non distingue tra sfera religiosa, politica e giuridica.

Chiunque sollevasse dubbi veniva attaccato come “xenofobo”, “populista”, “allarmista”, “islamofobo”. Il dibattito pubblico è stato anestetizzato, mentre la realtà sul terreno continuava a deteriorarsi.

Perché l’integrazione, oggi, è praticamente impossibile

1. Le dinamiche storiche sono sempre le stesse

Quando una minoranza musulmana supera una certa soglia numerica, la dinamica diventa sempre simile: la comunità si chiude, aumenta il peso dei leader religiosi locali, cresce la richiesta di “spazi propri”, poi di “norme proprie”, poi di “eccezioni proprie”.

Non è opinione: è un meccanismo storico ripetuto ovunque si sia tentata la convivenza.

2. Le comunità islamiche sono culturalmente molto più coese delle società europee

Un’Europa post-identitaria tenta di integrare comunità che hanno:

  • una morale condivisa,
  • un’autorità religiosa riconosciuta,
  • una visione del mondo organica,
  • un’idea di legge totale (sharī‘a).

Una cultura forte non si integra in una cultura debole: la sostituisce.

3. Il precedente britannico

Il Regno Unito ha tentato tutto:

  • multiculturalismo legale,
  • accomodamenti religiosi,
  • investimenti sociali,
  • dialoghi interreligiosi.

Risultato: aree completamente separate dal resto della società, tribunali islamici non ufficiali, radicalizzazione diffusa, e un conflitto culturale più acceso di prima.

Se l’integrazione fallisce dove si è investito di più, non può funzionare altrove.

Cosa sta facendo la Chiesa Cattolica docente di fronte alla minaccia islamica

Introduzione

Quando si affronta la domanda su cosa stia facendo la Chiesa Cattolica docente di fronte alla minaccia islamica, occorre partire da un dato di fatto: il Magistero non interpreta l’Islam come una “minaccia strutturale” in termini politici o culturali, ma come un interlocutore religioso con cui mantenere un dialogo stabile. Per questo, le iniziative ecclesiali non si muovono sul terreno dello scontro o della difesa identitaria, bensì su quello del dialogo, della cooperazione e della costruzione di canali istituzionali per prevenire conflitti e favorire la convivenza.
L’evoluzione dei documenti e delle azioni concrete — dal Concilio fino a oggi — mostra chiaramente questa linea: costante apertura relazionale, chiarimenti nei momenti di crisi e, negli ultimi anni, la creazione di strumenti permanenti di collaborazione.

Testi ufficiali, documenti chiave e azioni concrete

Il punto di partenza rimane Nostra Aetate (1965), con cui il Concilio Vaticano II traccia l’impostazione di fondo della Chiesa nel rapporto con le religioni non cristiane. Il documento riconosce quanto di vero e santo è presente anche nell’Islam e invita al rispetto reciproco, aprendo ufficialmente alla via del dialogo. È il quadro concettuale da cui tutto il resto prenderà forma.

Dopo un primo sviluppo post-conciliare nel quale la Santa Sede avvia incontri regolari con leader e studiosi musulmani, nel 1991 arriva Dialogue and Proclamation, un testo del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso che sistematizza in modo operativo ciò che il Concilio aveva introdotto. Qui la Chiesa chiarisce come debba avvenire concretamente il dialogo con i musulmani, distinguendo tra dialogo, testimonianza e annuncio cristiano. Questo documento dà struttura, metodo e limiti al rapporto con l’Islam.

Un punto di svolta importante — anche perché ha generato reazioni vivaci — è il Discorso di Benedetto XVI a Ratisbona (2006) intitolato “Fede, ragione e università – Ricordi e riflessioni”. Pur non essendo un documento magisteriale, è significativo: pone in evidenza il nesso tra fede e ragione e richiama indirettamente alcune tensioni nel rapporto tra Islam e modernità. Nel corso del discorso il Papa cita — non come sua personale affermazione, ma come documento storico — un passo di Manuele II Paleologo, imperatore bizantino del XIV secolo, tratto da un dialogo con un persiano sul tema della conversione mediante violenza e guerra santa. La frase recita:

«Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava». (vatican.va )

Dopo quella affermazione, l’imperatore continua — secondo il testo — spiegando che l’utilizzo della violenza per la fede è irragionevole, che “non agire secondo ragione” è contrario alla natura di Dio, e che la fede deve nascere dalla ragione e dalla libertà, non dalla coercizione. Per il Papa questa citazione aveva lo scopo di porre una questione più ampia: chiedersi se una religione violenza resti coerente con l’idea di un Dio ragionevole, e quindi di verificare se la fede, la ragione e la violenza sono tra loro compatibili. Molti nel mondo musulmano interpretarono la parte del discorso contenente la citazione come un attacco diretto e personale contro l’Islam e il “Profeta” (Maometto), non come un riferimento storico critico. Ci furono proteste, richieste di ritrattazione, e aggressioni a luoghi di culto cristiani in alcuni paesi (Il Secolo XIX). La crisi scatenata da quella citazione evidenziò che un dialogo religioso con il mondo musulmano vertente sull’irragionevolezza dell’utilizzo della violenza per la diffusione della fede è completamente impossibile almeno con gli islamisti, cioè quei musulmani che adottano un’interpretazione letterale del Corano. Secondo questa interpretazione islamista del Corano i versetti coranici più concilianti, che ordinano al “Profeta” (Maometto) pazienza, tolleranza e perdono verso gli “infedeli” (politeisti o “genti del Libro”, cioè ebrei e cristiani), sarebbero abrogati da altri, successivi, che ordinano di combatterli o di ucciderli. Tra questi ultimi vi è il famoso “versetto della spada”:

«Combattete coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo, e che non ritengono illecito quel che Dio e il Suo Messaggero han dichiarato illecito, e coloro, fra quelli cui fu data la Scrittura, che non s’attengono alla Religione della Verità» (Corano 9,29; si vedano anche nella stessa sura i versetti 5, 12, 14, 36, 111, 123).

La lettura islamista del Corano, purtroppo, si sta infiltrando tra i musulmani presenti in Europa. La radicalizzazione interessa solo una parte della comunità musulmana sunnita, ma questa componente aggressiva e organizzata può schiacciare i musulmani moderati e trascinare l’intero contesto europeo in una spirale di violenza7. Non è un’esagerazione: la storia, ripeto, mostra come minoranze militanti possano condizionare comunità molto più ampie, soprattutto quando lo Stato è lento o debole.

Dopo le proteste, la Santa Sede, avvia un nuovo ciclo di chiarimenti e incontri con leader musulmani, che segna l’inizio di una stagione di dialogo più strutturato.

Con Papa Francesco, soprattutto dal 2016 in poi, la Chiesa entra in una fase più operativa: visita al Cairo, rapporti stabilizzati con il Grande Imam di al-Azhar e preparazione di un documento comune. Tutto converge nel viaggio ad Abu Dhabi del 2019, dove viene firmato il Documento sulla Fratellanza Umana. Questo testo segna il passaggio più importante nella politica interreligiosa recente della Chiesa: dal semplice “dialogo” con il mondo musulmano a un programma concreto di cooperazione: promozione della pace, condanna del terrorismo, impegno per una cultura dell’incontro. È il documento più esplicitamente politico e operativo sui rapporti fra Cristianesimo e Islam.

Subito dopo la firma, viene istituito il Higher Committee for Human Fraternity, un organismo internazionale incaricato di tradurre il Documento in iniziative concrete. Questo comitato lavora su programmi educativi, giornate di preghiera, progetti umanitari e collaborazioni con agenzie internazionali. È il primo tentativo strutturale e permanente di “governare” il dialogo cristiano-musulmano, non solo di promuoverlo.

Parallelamente, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Religioso, oggi Dicastero per il Dialogo Interreligioso continua a organizzare programmi di formazione per vescovi, sacerdoti e laici, oltre a conferenze e collaborazioni con le conferenze episcopali europee. In questi anni la Chiesa promuove anche iniziative congiunte con organismi civili e religiosi sulla migrazione, la pace e la libertà religiosa; collabora su progetti umanitari e di accoglienza rifugiati (es. iniziative con UNHCR segnalate dalla Higher Committee for Human Fraternity). (Catholic News Agency)

Nel 2020, con l’enciclica Fratelli tutti, Papa Francesco amplia il discorso: colloca la relazione con l’Islam nel contesto più ampio della fraternità universale. L’enciclica assume come riferimento proprio il Documento sulla Fratellanza e rilancia l’idea che la cooperazione interreligiosa sia un elemento necessario per la pace in un mondo globalizzato.

Che cosa implica tutto questo

La linea ufficiale della Chiesa cattolica è dialogo, cooperazione e difesa della libertà religiosa, non la promozione della contrapposizione o della “chiusura” totale verso l’Islam; il Magistero insiste su accoglienza e fraternità come criteri etici e pratici. I documenti citati mostrano un impegno strutturato a livello vaticano per costruire canali istituzionali di dialogo. (vatican.va)

Esistono però tensioni interne al mondo cattolico. Alcune prese di posizione culturali o politiche di singoli vescovi o politici cattolici non sempre coincidono con la linea vaticana; il discorso pubblico europeo è frammentato.

Movimenti, partiti e gruppi in Europa che si dichiarano “per la difesa dell’identità cristiana / occidentale”

Esiste oggi una rete — variegata e complessa — di movimenti, partiti e gruppi in Europa che si dichiarano “per la difesa dell’identità cristiana / occidentale” e chiedono limiti all’immigrazione, in particolare dall’Islam. Ecco alcuni tra i principali, con le differenze e le contraddizioni che — a mio giudizio — meritano essere tenute in considerazione.

  • Fidesz (Ungheria). È forse il più stabile partito conservatore-nazionalista d’Europa. Sotto la guida del premier Viktor Orbán ha promosso un’“illiberal democracy”, richiamando spesso all’idea del “Cristianesimo occidentale” come baluardo da difendere.
  • Alternative für Deutschland (AfD) — Germania. Partito nazional-conservatore, euroscettico, apertamente anti-immigrazione e critico dell’Islam; negli ultimi anni è cresciuto in notorietà e consensi, specialmente nelle regioni orientali.
  • PEGIDA (Germania). Movimento — non formalmente un partito — sorto nel 2014 con lo scopo dichiarato di “opporsi all’islamizzazione dell’Occidente”: organizza manifestazioni, cattura attenzioni mediatiche e ha influenzato parte del dibattito sull’immigrazione in Germania.
  • Vox (Spagna). Partito che combina nazionalismo, anti-immigrazione, difesa dei valori tradizionali e spesso un richiamo a una identità “cristiana e occidentale”.
  • Chega (Portogallo). Partito relativamente recente, salito in rilievo in questi anni con un programma che unisce nazionalismo, identitarismo e valori conservatori derivati da sensibilità cristiane.

Caratteristiche comuni — e criticità

Questi movimenti condividono alcuni temi ricorrenti:

  • Un forte richiamo all’identità nazionale intesa come intreccio di cultura, tradizione e spesso radici cristiane. In alcuni casi — come per AfD o Fidesz — il riferimento all’“Occidente cristiano” è usato come argomento di coesione sociale.
  • Rifiuto o forte restrizione dell’immigrazione, con particolare attenzione verso immigrati musulmani, percepiti da questi gruppi come “diversi” e “non integrabili”.
  • Euroscetticismo e volontà di riaffermazione della sovranità nazionale — spesso opponendosi all’interventismo delle istituzioni sovranazionali, viste come promotrici di un’immigrazione incontrollata o di politiche multiculturali.

Ma proprio qui entrano le contraddizioni:

  • Definire queste forze come “difensori della civiltà cristiana” implica una visione statica, identitaria, che rischia di escludere chi non corrisponde a quel modello — anche se vive da anni in Europa.
  • Spesso la definizione “identità cristiana” è mera retorica: le politiche promosse sono in realtà più nazionaliste, etniche, culturaliste. L’invocazione del Cristianesimo non sempre si accompagna a una visione autenticamente religiosa, ma a logiche politico-elettorali e identitarie.
  • In alcuni casi, queste forze fanno proprio uso di paure sociali — insicurezza economica, senso di perdita culturale, cambiamenti demografici — e le trasformano in consenso politico, generando divisioni, tensioni e talvolta xenofobia.

Considerazioni critiche — da una prospettiva cristiana

È importante distinguere tra la legittima preoccupazione per l’identità culturale e religiosa di un popolo e l’uso ideologico-politico di una nozione cristiana dell’identità come strumento di chiusura e rifiuto dell’altro. Credo che molte di queste forze operino più su una logica etno-nazionalista che su una vera sensibilità cristiana: l’“identità cristiana” diventa maschera per rivendicazioni politiche, non testimonianza di fede, carità, accoglienza.
Proprio in merito all’accoglienza, sono convinto che l’abuso della retorica dell’accoglienza operato da papa Francesco abbia indotto le destre europee ad alzare la voce. Nei suoi interventipapa Francesco dava per scontato che i flussi migratori non potessero che sfociare in Europa e accomunava ambiguamente immigrati regolari, irregolari e rifugiati8, col fine palese di indurre a destinare indistintamente a tutti loro il medesimo trattamento, cioè: accoglienza, protezione, promozione e integrazione. Ma è proprio vero che, quando Gesù insegnava: “Ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25,35c), voleva che fossimo ingiusti e imprudenti? Perché di ingiustizia e imprudenza si tratterebbe se destinassimo abitualmente il medesimo trattamento sia all’immigrato regolare che a quello irregolare, il quale è: clandestino e, per la maggior parte delle volte, musulmano e privo della volontà di integrarsi9.

Cosa ci attende veramente: tre scenari possibili

  1. Conflitti a bassa intensità sempre più frequenti. Scontri, rivolte locali, violenze episodiche, tensioni crescenti nei quartieri a maggioranza musulmana. È già in corso.
  2. Pressione legislativa e culturale crescente. Richieste di norme religiose, attacchi ai simboli cristiani, sfide all’autorità statale. Questo diventerà più forte man mano che le comunità cresceranno.
  3. Reazione identitaria dei popoli europei. Quando la tensione supererà un certo limite, è molto probabile che emergano movimenti culturali e politici ancora piú incisivi di quelli attuali volti a recuperare l’identità cristiana e a mettere limiti rigidi all’espansione islamica.

Conclusione

La convivenza tra Europa e islam non fallirà per “odio”, ma per incompatibilità strutturale: una religione che integra totalmente vita, politica e legge non può essere assimilata da una civiltà che ha rinunciato alla propria anima.

Il primo passo per evitare il collasso è guardare la realtà senza ideologie: conoscere la storia, riconoscere gli errori, recuperare l’identità cristiana che ha costruito l’Europa, e affrontare con lucidità un fenomeno che non può essere gestito con slogan, sensi di colpa o ingenuità progressiste.

Solo un’Europa che ricomincia a credere in ciò che è potrà evitare uno scontro frontale e aprire la strada a un futuro possibile. Ignorare la storia, sottovalutare la radicalizzazione e trascurare la propria identità culturale significherebbe consegnarsi a conflitti sempre più frequenti, pressioni legislative e culturali crescenti, e a reazioni identitarie di massa inevitabili. L’allarme non è ipotetico: è già in corso.

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Chi dona un libro buono, non avesse altro merito che destare un pensiero di Dio, ha già acquistato un merito incomparabile presso Dio
(San Giovanni Bosco)

Note

  1. Alcuni riferimenti di cronaca:
    Parigi, assalto alla polizia da parte di giovani nei quartieri periferici. Secondo Libero Quotidiano, un video “choc” mostrerebbe decine di ragazzi delle banlieue parigine (in gran parte di origine maghrebina) che attaccano agenti con spranghe. (Libero Quotidiano).
    Scontri a Saint-Denis alla fine del Ramadan. Il Tempo riporta che alcuni manifestanti in strada “festeggiano” la fine del Ramadan attaccando la polizia, in quello che definiscono “pestaggio islamico” della polizia. (Il Tempo).
    Allarme nelle periferie francesi dopo disordini. TgCom24 segnala che le banlieue di Parigimolti giovani di origine nordafricana — possono diventare “polveriere”, con tensioni economiche e sociali che esplodono in momenti di festa o agitazione. (TGCOM24).
    Paura e insicurezza tra i musulmani in Europa. Un sondaggio dell’UE mostra una crescita della discriminazione nei confronti dei musulmani in Europa. (The Guardian).
    Sospetto di infiltrazione politica islamista in Francia. Secondo Milano Post, il Ministero dell’Interno francese ha lanciato un allarme sull’influenza dei Fratelli Musulmani in vari comuni, indicando una strategia politica islamista. (Milano Post).
    Tensione in Belgio, disordini a Bruxelles. Il Giornale riporta scontri e bottiglie molotov nella periferia di Molenbeek, sobborgo con una larga componente di immigrati nordafricani. (ilgiornale.it). ↩︎
  2. Le nuove sinistre progressiste sostengono le comunità musulmane. La base lo fa spinta dai valori della libertà religiosa, del multiculturalismo, dell’inclusione e dell’uguaglianza, ai quali aderisce con una cecità ideologica che la porta a difendere indiscriminatamente queste comunità, senza considerare i segnali di radicalizzazione né le possibili conseguenze del proprio sostegno. Non è raro vederli sfilare per i diritti dei musulmani portando in corteo una bandiera LGBTQI+, come se potesse esistere una reale alleanza tra le due ideologie.
    Chi invece detta le linee politiche delle nuove sinistre mondialiste impone il sostegno alle comunità musulmane seguendo una logica di alleanze strategiche. Queste comunità vengono percepite come forze sociali potenzialmente mobilitabili, con capacità numerica o potere di pressione culturale e politica. Il sostegno ideologico, culturale e simbolico — dalla difesa della libertà religiosa al multiculturalismo fino al dialogo interculturale — diventa così uno strumento per costruire alleanze. L’obiettivo implicito è che tali forze possano partecipare o sostenere progetti di cambiamento radicale, che la sinistra spera di guidare o canalizzare verso i propri fini politici. Si tratta, quindi, di una strategia deliberata, fondata sul calcolo politico e sulla costruzione di un blocco sociale capace di sfidare le strutture esistenti, pur sottovalutando o ignorando i rischi derivanti dalla radicalizzazione interna o dalla divergenza di interessi a lungo termine. ↩︎
  3. Alcuni riferimenti ufficiali dell’UE / intelligence europea:
    Relazione TE-SAT 2024 Relazione sulla situazione e sulle tendenze del terrorismo nell’Unione Europea. Europol stima gli attacchi, gli arresti e le minacce legate all’estremismo violento. Questo report mostra come il terrorismo e l’estremismo violento restino una minaccia concreta e variegata per l’UE.
    Conclusioni del Consiglio UE su terrorismo ed estremismo violento. Il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato conclusioni (dicembre 2024) per rafforzare la cooperazione antiterrorismo, sottolineando che la minaccia dell’estremismo violento (anche islamista) è “sempre più diversificata e frammentata”.
    Le conclusioni invitano a un approccio coerente che leghi politica estera, sicurezza interna e giustizia.
    Relazione del Parlamento Europeo sulla radicalizzazione. Il Parlamento Europeo ha prodotto una relazione (2015) che analizza il reclutamento di cittadini europei da parte di organizzazioni terroristiche, con proposte di prevenzione della radicalizzazione. Nel documento si evidenzia che l’Europa è vulnerabile al reclutamento di estremisti “homegrown” e chiede strategie preventive strutturate.
    Briefing del Parlamento Europeo su fondamentalismo e radicalizzazione religiosa. Secondo il briefing, l’UE deve affrontare un “diverso tipo di minaccia”: quella del radicalismo islamico “insediato in Europa” e non solo di gruppi esterni. Il documento menziona come parte del problema il fatto che alcuni cittadini europei si radicalizzino rimanendo nel proprio Paese d’origine, grazie anche a reti digitali e moschee. Parlamento Europeo
    Strategie UE di prevenzione della radicalizzazione. Il Consiglio dell’UE ha una pagina dedicata alle misure per prevenire la propaganda terroristica e la radicalizzazione tramite Internet, moschee e comunità. L’UE riconosce che la radicalizzazione può avvenire anche “in casa”: cittadini nati e cresciuti in Europa possono essere reclutati tramite i social media, le moschee o comunità chiuse. ↩︎
  4. Vd. qui nota 1. ↩︎
  5. La Siria è attualmente (dicembre 2025) guidata da Abu Muhammad al-Julani —  salito al potere come leader del governo di transizione a dicembre 2024 dopo la caduta di Bashar al-Assad  —, ex leader jihadista di Hayat Tahrir al-Sham (HTS), organizzazione che ha origine nel Fronte al-Nusra, un tempo ramo siriano di al-Qaeda. ↩︎
  6. Il Pakistan è un’altro esempio di cosa potrebbe succedere ad una parte dell’Europa se i musulmani prendono il potere.
    I musulmani, infatti, entrarono nella regione indiana del Panjab occidentale all’inizio dell’VIII secolo, quando le armate omayyadi di Muhammad ibn Qasim conquistarono Sindh e Multan (712 d.C.); da lì l’influenza islamica si diffuse gradualmente nel resto del Panjab. Nel 1947, il movimento indipendentista musulmano dell’India — radicato soprattutto nelle regioni islamiche, in particolare il Panjab occidentale, fino ad allora parte integrante dell’India — guidato da Jinnah rivendicò uno Stato separato per tutelare identità e diritti dei musulmani. La partition separò queste regioni e diede così origine al nuovo Stato del Pakistan. ↩︎
  7. Vd. qui i documenti citati in nota 3. ↩︎
  8. Vd. Papa Francesco, Messaggio per la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato 14 gennaio 2018 in cui è evidente questo equivoco. Il tema era: Accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i rifugiati. Vedi Flaviano Patrizi, “L’aborto porterà l’Italia all’auto-aborto sociale”, nota 15, in Blog Himmel Edizioni. ↩︎
  9. A proposito dell’accoglienza dello straniero nella Bibbia, si veda Flaviano Patrizi, “L’accoglienza nella Bibbia” in “Sant’Efrem Nuovo martire: un esempio e un ammonimento per i cristiani”, Blog Himmel Edizioni. ↩︎

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