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Differenza tra fraternità e fratellanza

Catechesi di don Giuseppe Agnello tenuta l’11 Febbràio 2023 per un ritiro delle Suore di Marta e Maria a Roma.

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Trascrizione

Fratelli dispersi

Tutta la stòria, da Caino ed Abele in poi, è una stòria di fratelli che stanno insieme, ma non armoniosamente, non con giòia, non con la certezza che l’amore del padre terreno e del Padre eterno sia ben distribuito e donato. Il peccato originale e i peccati personali e sociali sono la càusa di questo legame spezzato, per cui i fratelli o non si riconóscono fratelli o si consíderano addirittura nemici. In natura sapete che ci sono famíglie che séguono la volontà di Dio e altre che si affànnano ad èssere qualcosa che somigli a una famíglia; ci sono poi stòrie di peccato che frantúmano il concetto di famíglia monogàmica, única, fedele, chiesa domèstica, e focolare di ospitalità. In tal modo, anche i figlî finíscono per fratumarsi e dispèrdersi in figlî naturali, adottivi, riconosciuti e non riconosciuti, legíttimi o illegíttimi, figliastri e figliastre, figlî di primo o di secondo o di terzo letto. Allo stesso modo, dalla prospettiva orizzontale di chi è stato generato e messo al mondo, ci saranno i fratelli germani (che sono quelli che hanno la stessa madre e lo stesso padre); i fratelli uterini (che hanno in comune solo la stessa madre); i fratelli consanguínei (che sono invece i figlî dello stesso padre, ma che hanno madri diverse).

Il Salmo 133 [132] è brevíssimo, ma ci ricorda che la bellezza e dolcezza della fraternità non sono un fatto che può èsserci a prescíndere da Dio; anzi, solo nella fede si può capire la benedizione che è il vívere da fratelli e coi fratelli. Quanto piú si contàmina l’immàgine e la natura di Dio, tanto piú non ci si riconosce piú come fratelli. ¡Pensate a quello che è successo tra i discendenti dei tre figlî di Noè, Cam, Sem e Iafet!: hanno dato orígine a pòpoli che oggi sono animisti, monoteisti ebrei o monoteisti musulmani, induisti, buddisti e cristiani. Eppure Noè e i suoi figlî avèvano ben chiara l’unicità e trascendenza di Dio. Pensate a quello che è successo tra Ebrei Israeliti ed Ebrei Samaritani! I rapporti di sàngue, di tribú, di comune capostípite, non sono sufficienti a farci stare bene insieme come fratelli. Teniamo conto che nemmeno l’appartenenza alla stessa famíglia religiosa è garanzia di armonia fraterna, anzi talvolta sarà successo anche voi, che leggendo queste parole del Salmo, non le avete contraddette solo perché è parola di Dio; ma in cuor vostro avrete pensato: «Chi ha scritto questo Salmo, non aveva sorellastre che mi ritrovo io! Non conosce la fatica di stare con queste consorelle che mi ritrovo».

Rileggiamo allora questo Salmo, e poi torniamo a riflèttere sul perché stiamo male coi fratelli e su quello che Gesú ha compiuto per farci realmente e pienamente fratelli. Dice il Salmo 133 [132]:

«1 Ecco, com’è bello e com’è dolce
che i fratelli vívano insieme!
2È come òlio prezioso versato sul capo,
che scende sulla barba, la barba di Aronne,
che scende sull’orlo della sua veste.
3È come la rugiada dell’Ermon,
che scende sui monti di Sion.
Perché là il Signore manda la benedizione,
la vita per sempre».

In questo Salmo, la prima lettura ci dice solo che il pio israelita ha capito che la fraternità è dono di Dio, perché sia l’òlio che consacra, sia la rugiada che feconda, sono benedizioni di Dio per gli uòmini e per la terra. La lettura cristològica del Salmo ci parla dello Spírito Santo, che è espresso nella figura e segno dell’òlio e della rugiada. Noi sappiamo sia che lo Spírito Santo sòffia dove vuole; sia che lo Spírito Santo è dono di Cristo risorto, quindi troveremo dei veri fratelli, dove òpera bene lo Spírito Santo, dove c’è una vita spirituale. Di essa parleremo alla fine. Intanto vediamo le cose che ci ingànnano sulla vita fraterna.

Fratelli incompiuti

Gli inganni che rovínano la fraternità sono tutti collegati alla mentalità del mondo, che entra anche nei conventi, nelle chiese, nelle associazioni cattòliche. San Pàolo dice chiaramente: «Non conformàtevi alla mentalità di questo mondo» (Rm 12, v.2). Questo mondo ama presentare tre modelli ugualmente perniciosi:

  • Il modello della fratellanza universale, che mette sullo stesso piano tutto, senza le distinzioni o le gerarchie di valori;
  • Il modello della competizione, che ha bisogno di vincitori e di vinti, secondo la lògica del successo e non secondo quella del mèrito;
  • Il modello del fine che giustífica i mezzi, cioè: per ottenere un risultato, turiàmoci il naso e sopportiamo i mezzi che sérvono a raggiúngere la meta.

Prima di vedere perché sono velenosi tutt’e tre, e non vanno imitati dentro la Chiesa e nelle nostre comunità religiose, vòglio chiarire la differenza di significato tra le parole “Fratellanza e fraternità”, perché per esprímere bene i concetti che abbiamo nella nostra mente, dobbiamo usare le parole giuste e capire se contínuano quelle parole il significato con il quale sono nate. Dice il Dizionàrio UTET della Língua Italiana:

«FRATELLANZA: Il rapporto naturale che intercorre tra fratelli e sorelle; il víncolo di recíproco affetto che li unisce. ─ In senso genèrico: il rapporto naturale fra congiunti collaterali. […] Per estens. Relazione di affetto, di benevolenza, di amicízia recíproca, che si stabilisce fra due o piú persone; comunanza di ideali e di aspirazioni, concòrdia, solidarietà fra gruppi e classi sociali, fra pòpoli di diversa nazionalità, ecc.».

In questa definizione vediamo nel primo significato, che prevale la natura e i rapporti naturali; nel secondo significato, che prevale l’ideale comune. Capite bene però che la natura è mortalmente ferita dal peccato e gli ideali pòssono trasformarsi in ídoli che uccídono la verità e la carità, facendo male pròprio a quelle persone che li hanno sbandierati. Pensate alla Rivoluzione francese e ai rivoluzionarî: avèvano come loro ideali: libertè, egualitè et fraternitè, ma hanno usato la ghigliottina e il terrore, in nome dei loro ideali divenuti in realtà dei mostri.

Pensate alla Massoneria, tuttora condannata dalla Chiesa (Cfr cànone 1374 del CIC e La Dichiarazione sulla Massoneria della Congregazione per la Dottrina della Fede, del 26 Novembre 1983 [in AAS 76(1984) 300]): si parla di fratellanza massònica, che súpera i confini delle nazioni, e ha solidarietà fra i suoi membri, ma manca del Dio personale che noi conosciamo e amiamo.

Se volete capire ancora mèglio che la fratellanza non regge alla durata delle autèntiche relazioni e delle gioiose convivenze, ricordàtevi la paràbola del Figliuol pròdigo: il figlio maggiore e il minore sono uniti da un legame naturale (che come tutti i legami naturali è segnato dal peccato), ma hanno ideali diversi: il maggiore ha il senso del dovere come suo ideale; il minore, invece, la libertà di fare ciò che vuole. Nessuno dei due si ricorda di avere un Padre che li ama, per questo sono tristi e si allontànano dalla vita vera (Cfr Lc 15, 11-32).

Vediamo adesso qual è il significato della parola FRATERNITÀ:

«Sentimento e condizione di affetto, di accordo fraterno; solidarietà che unisce intrinsecamente fra loro persone, classi sociali, pòpoli diversi; […] In senso concreto: atto ispirato da questo sentimento».

La fraternità dunque si basa sul sentimento e sulla condizione in cui ci troviamo. Attenzione però! Non si fonda sul nostro sentimento, ma sugli stessi sentimenti di Cristo Gesú e sulla condizione in cui Egli ci ha inseriti, innestati, incorporati. Per èssere fratelli come ci vuole Gesú, non dobbiamo dimenticare queste parole dell’Apòstolo:

«Abbiate in voi gli stessi sentimenti che fúrono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo símile agli uòmini; apparso in forma umana, umiliò sé stesso facèndosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2, 5-8); «E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esèmpio di Cristo Gesù, perché con un solo ànimo e una voce sola rendiate glòria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo » (Rm 15, 5-6).

Se dunque non vogliamo èssere dei fratelli a metà, dei fratelli incompiuti, dobbiamo ricordarci l’esèmpio di Gesú; l’òpera di Gesú nella nostra pòvera natura umana (egli si è fatto pòvero per arricchirci!); la volontà di Gesú:

«Amàtevi gli uni gli altri, come io ho amato voi»  (Gv 15, v.12).

Il mondo non ama come ama Gesú

Ma vediamo mèglio come ama il mondo, non per il gusto della superficialità, della malízia e dell’òrrido, ma piuttosto per verificare se è entrato nella nostra vita di consacrati questo tipo di amore, che non conduce alla vera fraternità, ma alla divisione, alla freddezza e alla sterilità.

Il modello della fratellanza universale, che mette sullo stesso piano tutto, senza le distinzioni o le gerarchie di valori, è basato sulla natura comune (siamo tutti uòmini, discendenti di Adamo ed Eva secondo la carne, se vogliamo usare la verità di creazione; discendenti dalle scímmie, se si vuole crédere alle fàvole della Scienza arrogante). La natura però è la base comune a tutti, non è l’insieme del nostro èssere persone, comunità, nazioni. Inoltre essa è ferita e corrotta dal peccato originale e dai peccati attuali degli uòmini, sicché per méttersi d’accordo su questo dato di fatto, chi rivèndica questa fratellanza stabilisce poi, sulla base di ideologie, chi ti è piú fratello e chi ti è meno fratello. Fàccio degli esempî, per èssere piú chiaro: Se tu non sei ambientalista, mondialista, transumanista come me, non sei degno di stare con me. Quindi sei mio fratello, se anche tu sei d’accordo a che non si costruisca il ponte sullo Stretto di Messina; non sei piú tanto fratello, se per te è indifferente che si modífichi la rotta degli uccelli migratorî.

 Se tu non ti vaccini, non hai il supergreenpass, e poni dei dubbî sull’efficàcia di una scelta di governo, invece, non sei un mio fratello con un percorso di pensiero diverso e con una coscienza vígile su diverse esigenze della persona. No! Sei un pericoloso untore, irresponsàbile e assassino: un Novax. Ecco l’etichetta affibiata e pronta. Ma quando chiamo gli altri con un nomígnolo spregiativo, la fratellanza è già distrutta. La fratellanza universale, dunque, vuole eliminare le differenze, la gerarchia dei valori, per arrivare all’uguaglianza dei senza pensiero, senza personalità, senza cultura, senza religione. Finisce quindi per creare ingiustízia, scontentezza e divisione, perché è solo la verità che rende líberi.  L’uguaglianza prevista dal mondo non è cattòlica né umana, e conduce al comunismo di fatto, anche se lo chiamiamo in un altro modo.

Anche nella Chiesa può accadere questo. Se sei tradizionalista, progressista, focolarino, ciellino, neocatecumenale come me, sei mio fratello; se sei altro, mi guardo bene dal frequentarti; non ti riconosco come un dono di Dio; non so prèndere il buono che mi viene da te; ti guardo come se fossi membro di un’altra chiesa.  

In questo modello di fratellanza non c’è spàzio per le ricchezze di ciascuna persona, né per il dissenso, né per i consiglî. Si deve èssere d’accordo per forza e d’accordo perché lo ha deciso la maggioranza. Il Nuovo Testamento ci fa vedere invece, accanto alla differenza di personalità, nello stesso servízio all’único Signore, anche il dissenso che chiamiamo CORREZIONE FRATERNA. Pensate a san Pàolo che rimpròvera Pietro, il primo papa: «Ma quando Cefa venne ad Antiòchia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. Infatti, prima che giungéssero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei lo imitàrono nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. Ora quando vidi che non si comportàvano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti:

«Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vívere alla maniera dei Giudei?» (Gal 2, 11-14).

Vediamo anche che fra veri fratelli si può anche decídere di non restare insieme, dopo tanti anni di missione in comune, ma ci si làscia senza accusarsi e senza giudicarsi migliori degli altri, come fanno Pàolo e Bàrnaba quando si sepàrano. Hanno disputato tra loro, se proseguire la missione con o senza san Marco, e sono arrivati alla conclusione che il Regno di Dio dovèvano servirlo su strade separate, ma con cuore pieno di carità (Cfr Atti 15, 39-41).

La dísputa tra fratelli non era per affermare sé stessi, ma la volontà di Dio, quindi anche separàndosi si restava uniti. Non cosí nei litigî mondani: l’uno vuole prevalere sull’altro, perché Dio non c’entra niente.

IL SECONDO MALE DA EVITARE È APPUNTO LA COMPETIZIONE: esso ha bisogno di vincitori e di vinti, secondo la lògica del successo e non secondo quella del mèrito. Amare questo modello, fa diventare anche noi consacrati vanitosi, bisognosi degli applàusi e dei riconoscimenti. Diventa allora una corsa a chi fa piú cose; a chi si fa vedere dai superiori come zelante, preciso, fedele; a chi ha piú visibilità e ottiene piú risultati quantificàbili. Nel mondo questa è la lògica di chi vende un prodotto: se vendi tanto sei bravo; se vendi poco, sei un fallito.

Nella vita religiosa, questa lògica può colpire sia i superiori, sia gli inferiori, diciamo cosí. E chi la accetta, entra in una lotta fratricida, per cui le comunità divèntano un inferno:

«Lei legge sempre le letture e fa catechismo, mentre a me tocca sempre stare in cucina! ….A lei fanno preparare i fiori per la cappella e a me, invece, buttare la spazzatura»…E símili. In queste frasi c’è il desidèrio di èssere lodati dagli uòmini e non da Dio. Questo produce la competizione, anziché la giòia di fare tutto per il Signore. Madre Teresa di Calcutta diceva: «Non importa quante cose fai, ma quante ne fai con amore».

Quello che è successo a Corinto nella prima comunità cristiana che si formò per la predicazione apostòlica, è quello che anche oggi si deve combàttere:

«Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discòrdie tra voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Pàolo”, “Io invece sono di Apollo”, “E io di Cefa”, “E io di Cristo!”.

Cristo è stato forse diviso? Forse Pàolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati?» (1Cor 1, 11-13). La competizione di questi gruppi nasceva da una fratellanza in cui si voleva spiccare piú di Gesú Cristo. Ricordiàmoci come sano rimèdio ad ogni supèrbia e vanità le parole di san Giovanni Battista: «È lui che deve créscere e io diminuire» (Gv 3, v.30).

IL TERZO MODO MONDANO DI ÈSSERE FRATELLI È QUELLO DELLA TOLLERANZA, un tèrmine che signífica sopportazione per stare bene. Vedete!? Se si vuole stare bene, bisogna amare come Gesú. Se invece pensiamo che basti sopportare alcune cose, mezzi, persone, per stare bene, ci sbagliamo di grosso. Il modello del fine che giustífica i mezzi, ci porta a una pace esteriore e alla guerra interiore; ci porta alla mormorazione alle spalle; e alla mancanza di vocazioni o alla fuga delle vocazioni. Perché? Perché Dio conosce i cuori e non benedice l’ipocrisia.  Noi non dobbiamo ottenere col nostro stare insieme il risultato dell’efficienza; del portare a tèrmine una missione umana; del tenere in piedi un’òpera. Noi dobbiamo manifestare una vita diversa da quella di chi non conosce Gesú e non ama Gesú. Noi siamo testimoni dell’amore di Dio, non brave persone che si rispèttano nei límiti del possíbile. La tolleranza è un concetto illuminista, e si concretizza nella pace armata, come quella che c’era durante la Guerra fredda tra S.U.A. e Rússia. L’amore di Dio porta la pace vera.

I battezzati sono fratelli in tutti i sensi

Arriviamo finalmente a quello che ha compiuto Gesú, che è detto sublimemente nel pròlogo di san Giovanni:

« Venne fra la sua gente,
ma i suoi non l’hanno accolto.
A quanti però l’hanno accolto,
ha dato potere di diventare figlî di Dio:
a quelli che crédono nel suo nome,
i quali non da sàngue,
né da volere di carne,
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati» (Gv 1, 11-13).

Dio gènera la figliolanza che può cambiare il mondo e che può farci vívere bene il battésimo e le relazioni con gli altri: ci fa diventare figlî nel Fíglio. Questo non ci làscia in balia delle nostre misèrie o idee, ma ci introduce nella vita divina, attraverso l’umiltà e l’umanità di Gesú. È il Padre nostro la chiave di lettura della nostra spiritualità e fraternità. La preghiera insegnata da Gesú è stata anche la preghiera di Gesú, quella con la quale si è rapportato a Dio e ha presentato a Lui tutti noi nella sua umanità. Dire “Padre nostro” è un privilègio, come sappiamo, ma anche una responsabilità. Dio si è fatto nostro Padre, ma vuole che conserviamo in noi la presenza di suo Fíglio, che ci ha resi tutti fratelli.

La vita spirituale conserva questa coscienza di fratellanza universale nel Sàngue e nella carne di Gesú nuovo Adamo, ma apre anche alla fraternità autèntica, quella in cui i sentimenti che fúrono di Cristo Gesú (umiltà, mitezza, misericòrdia, perdono, compassione, tristezza secondo lo Spírito, pace e giòia nel fare la volontà di Dio).

La preghiera non formale, ma con il cuore, dà dunque spàzio a Dio e porta a Dio tutte le persone che incontriamo. Dice il cardinàl Sarah nel suo último libro, Catechismo della vita spirituale:

«La preghiera deve èssere pròprio l’atto d’amore mediante il quale rimettiamo tutto nelle mani di Dio, cosí che tutto si trovi semplificato, purificato, trasfigurato, e tutto il resto scompàia se incompatíbile con la presenza in noi del Signore. In questo modo, i nostri infiniti fardelli pòssono diventare la matèria stessa della nostra stòria di santità, allo stesso tempo profondamente umana e radicalmente divina. Di conseguenza il nostro rapporto con gli altri può diventare un cammino verso la santità: il pròssimo non è mai un intruso, un estràneo che viene a disturbare la nostra tranquillità, se lo accogliamo in quella parte di noi dove àbita Dio. Pregare sarà come restituire alla nostra vita la sua piena misura teologale ed evangèlica»[1] (p. 124).

Ora, se è vero per tutti che la preghiera che diàloga con Dio non considererà piú nessuno estràneo, è ancora piú vero che il Padre nostro pregato e vissuto, realizza la perfetta unità nelle differenze e fraternità nella Chiesa…e poi nel mondo. Dice sempre il cardinàl Sarah:

«La preghiera rinsalda il nostro rapporto con Dio, e Lui, in tutta risposta, gràzie alla preghiera ristabilisce l’armonia e la pace tra gli uòmini. I mezzi esclusivamente umani, polítici o diplomàtici, non sono in grado di costruire l’unità tra gli uòmini, tra i quali, dopo il peccato originale, àbita come il virus della divisione, e ancor meno di realizzare l’unità nell’amore richiesta da Gesú con tanta insistenza nella sua preghiera sacerdotale (Cfr Gv 17, 11. 21-24; Gv 13, 34-35). L’unità dei figlî di Dio è un’òpera che solo Cristo può realizzare, e che realizza con la sua obbedienza fino alla Croce e con l’invio dello Spírito Santo: solamente dopo Pentecoste, riguardo ai discèpoli di Gesú si dice che hanno “un cuore solo e un’anima sola” (At 4, v.32). Nessuno può èssere considerato un buon artigiano di pace, concòrdia e unità, se non si apre con decisione allo Spírito di Dio attraverso la preghiera, l’orazione, l’adorazione silenziosa della presenza eucarística» (pp.125-126).


Note

[1] Robert Sarah, Catechismo della vita spirituale, Cantagalli, Siena 2022, p.124

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