La fine del mondo nel messaggio di Fatima

Tabella dei Contenuti


Introduzione

Riporto integralmente il capitolo «La fine del mondo» del mio libro Cuore immacolato di Maria. Storia del complesso fenomeno di Fatima. Antidoto contro la sua letteratura sensazionalistica e scandalistica.

Mi auguro che la sua lettura stimoli il lettore e faccia comprendere quanto sia necessaria una conoscenza storica approfondita di Fatima. Non solo per evitare di cadere vittima di presentazioni banali che appiattiscono il fenomeno, privandolo della sua potenza, ma per scoprire come una rilettura storiografica e medica degli eventi del 1917-1918 possa gettare una luce del tutto inedita sulle parole della Vergine. Il fine ultimo non è solo il rigore accademico, ma far sì che si ritorni ad assumere con coraggio e verità la complessità della propria vita. Una complessità storica e spirituale nella quale Dio si manifesta.


La profezia sulla fine del mondo

Durante gli interrogatori dei tre piccoli veggenti del 19 ottobre 1917, emerse, a fianco dell’annuncio condizionato della fine della guerra, un altro contenuto profetico condizionato sconvolgente:

«(La signora) disse: […] che […] se non avessero fatto ammenda, il mondo sarebbe finito».

Queste le parole che Giacinta riportò a padre Manuel Nunes Formigão. Anche Lucia disse parole simili, quando padre José Ferreira de Lacerda le chiese cosa le avesse detto la Madonna nell’apparizione del 13 ottobre 1917:

«Disse che se il popolo non avesse fatto ammenda sarebbe finito il mondo».

Padre Lacerda non pubblicò questa profezia negli articoli riguardanti le interviste ai veggenti. Nonostante ciò la notizia circolò tra i contemporanei perché i presenti all’apparizione del 13 ottobre alla Cova da Iria l’avevano distintamente udita dalle veggenti e non se la tennero certamente per loro. Come ne dà prova padre Manuel Pereira da Silva che, presente all’apparizione, scrisse il giorno stesso in una lettera:

«Le piccole dissero che aveva detto loro […] che avrebbero dovuto fare penitenza e cambiare vita, perché altrimenti sarebbe finito il mondo».

Interpretazione della profezia

Il mondo, dunque, sarebbe finito, il che equivaleva a dire – indipendentemente dal modo in cui ciò si sarebbe potuto realizzare – che l’umanità stava correndo il reale e terribile rischio di estinguersi. E il pericolo apocalittico che alcuni mesi dopo la fine del ciclo di apparizioni di Fatima si concretizzò nel mondo fu l’influenza altamente trasmissibile e letale del 1918 di cui tra l’altro morirono Francesco e Giacinta Marto. Se l’umanità non si estinse intorno al 1918 è perché coloro che udirono e accolsero le parole della Madonna fecero da contrappeso al male nella bilancia del destino umano.

Questa mia personale interpretazione rende ragione del silenzio imposto dalla Madonna ai tre piccoli veggenti su alcuni contenuti della mariofania. La manifestazione del restante contenuto, legato ad eventi che avrebbero visto la luce solo se la storia terrena dell’umanità non si fosse interrotta, avrebbe distolto l’attenzione del popolo dal pericolo apocalittico che si stava correndo e dall’antidoto che veniva offerto dal cielo per superarlo.
Non stupisca che io sia attualmente l’unico studioso della mariofania di Fatima a mettere nero su bianco una tale ipotesi interpretativa. A differenza degli storici passati oggi è possibile, infatti, accedere a strumenti che un tempo non erano a disposizione degli studiosi. Mi riferisco alla monumentale opera della Documentação Crítica de Fátima, pubblicata tra il 1992 e il 2013, e agli studi sulla pandemia influenzale del 1918, studi che hanno iniziato ad essere pubblicati solo verso la fine del secolo scorso e poi in prossimità del centenario e che hanno riportato alla luce un evento che la memoria collettiva aveva quasi completamente cancellato.

La pandemia del 1918

Era, e lo è tuttora in molti, diffusa l’opinione secondo la quale la pestilenza che aveva maggiormente flagellato l’umanità fosse stata la famosa «Peste nera» del quattordicesimo secolo, che stravolse la storia europea decimando un terzo della sua popolazione, e causò tra i venticinque e i settantacinque milioni di morti tra Eurasia e nord Africa. Ma la pandemia influenzale del 1918 fu molto più mortifera e colpiva nel 99% dei casi la popolazione sotto i 65 anni, metà della quale era quella tra i 20 e i 40 anni, cioè la popolazione maggiormente impegnata al fronte di guerra e le donne in gravidanza, che portavano in grembo la speranza della continuazione della specie umana. Giustamente è stata soprannomina «la grande peste bianca» per analogia con la precedente, e «Pale rider» (it.: cavaliere pallido), soprannome che richiama il quarto cavaliere dell’Apocalisse, chiamato nel testo biblico «Morte» (Ap 6,8).

Le vittime

La pandemia del 1918 spazzò davvero il pianeta come una piaga biblica. Secondo le stime più recenti, si infettò circa mezzo miliardo di persone, vale a dire circa un terzo di tutta l’umanità di allora e nel giro di pochi mesi fece più vittime di tutte le altre malattie virali o batteriche che nella storia si sono abbattute sull’umanità. Si parla di un numero di morti difficile da calcolare con certezza, dal momento che il virus raggiunse anche il cuore dell’Africa, le isole del Pacifico e le lande più desolate dell’Alaska, in un’epoca in cui la denuncia dei casi non era ancora obbligatoria nemmeno nei Paesi più avanzati. Se ne vedono però i segni in un altissimo picco della mortalità concentrato soprattutto nell’autunno del 1918, una brusca variazione verso l’alto anche rispetto all’effetto della prima guerra mondiale che già da diversi anni mieteva le sue vittime. Si parla, allora, di 50, forse 100 milioni di morti, per lo più nel giro di poche settimane, in ogni parte del mondo. Più di quelli causati dalla prima guerra mondiale che per la sua estensione e letalità le fu dato l’appellativo di «Grande», a segnare una differenza rispetto ai conflitti del passato.

L’oblio

La pandemia sarebbe dovuta essere un evento altrettanto, se non più memorabile della prima guerra mondiale; una catastrofe che si sarebbe dovuta imprimere nella memoria di tutta l’umanità. Invece è stata subito dimenticata, quasi rimossa. E ciò perché in tutti i paesi belligeranti la severa censura militare creò sulla stampa una plateale discrepanza tra le lunghe colonne di necrologi dedicati alle vittime illustri delle città e gli stringati trafiletti riguardanti l’influenza, che avevano il duplice scopo di rassicurare la popolazione circa l’epidemia e di trasmettere le misure di emergenza per il suo contenimento. In essi veniva comunicata la chiusura di cinema e teatri o il divieto di altri tipi di assembramento, compresi i funerali, ma si evitava ogni cenno all’orrore che si stava vivendo, con intere famiglie devastate e centinaia di bambini rimasti orfani senza nessuno che si occupasse di loro. In Italia si arrivò persino a proibire il suono delle campane a morto, per evitare che i loro continui lugubri rintocchi indicassero l’entità di quel che si voleva nascondere. Chiunque provasse a segnalare quel che stava accadendo veniva accusato di disfattismo perché le due successive ondate della malattia, quelle di marzo e di agosto-novembre 1918, furono concomitanti a due fasi cruciali della guerra: la prima ondata, in primavera, più leggera, accompagnò l’ultima grande offensiva tedesca; la seconda ondata, terribile e altamente letale, in autunno, coincise con le fasi terminali del conflitto il cui armistizio venne firmato l’11 novembre 1918.
Terminata la guerra, vincitori e vinti volevano festeggiare e dimenticare i suoi orrori. E, siccome il numero di casi e di vittime della pandemia influenzale cominciava a calare, si archiviò con le atrocità della guerra anche la pandemia, solo che, a differenza della guerra, la pandemia non aveva gli elementi eroici per diventare racconto epico impresso nella memoria storiografica, anzi, aveva i tratti che ne facilitavano l’oblio immediato. Mi riferisco alla terribile disfatta del mondo accademico, incapace di comprendere e curare la malattia e desideroso, quindi, di cancellarne il ricordo umiliante in un periodo caratterizzato da grandi successi che la medicina aveva riportato anche e soprattutto nel campo delle malattie infettive.

Padre Manuel Nunes Formigão e la profezia

Non stupisce, allora, che padre Manuel Nunes Formigão, primo storico di Fatima, non abbia saputo riconoscere l’influenza pandemica del 1918 come pericolo apocalittico corso dall’umanità, pur avendola vissuto in prima persona; e non abbia saputo metterla in correlazione con la profezia mariana sulla condizionata fine del mondo comunicatagli da Giacinta.
Il dotto padre Formigão seppe, però, integrare le parole udite da Giacinta in un giudizio favorevole sulla mariofania di Fatima. Pur non essendo nominata la profezia condizionata sulla fine del mondo, una traccia di ciò si trova nella Relazione della Commissione Canonica di Fatima di cui faceva parte, nella quale leggiamo:

«Qualcosa di molto simile accadde a San Leonardo di Porto Maurizio, il grande apostolo dell’Europa nel Medioevo. Nella sua predicazione, annunciò la fine del mondo entro due anni. Resuscitò persino un uomo morto, che era stato portato al cimitero, per confermare la verità della sua predicazione. Il morto gli assicurò che tutto ciò che aveva detto era vero. Ma passarono due anni e il mondo non finì, perché l’Europa fu convertita dalla predicazione di San Leonardo di Porto Maurizio».

Conclusioni

Sono molto grato ai tre piccoli veggenti e a tutti i portoghesi anonimi che per avere fatto ammenda dei propri peccati, fatto penitenza e avere cambiato vita mi hanno dato la possibilità di venire al mondo.

"

Chi dona un libro buono,
non avesse altro merito
che destare un pensiero di Dio,
ha già acquistato un merito
incomparabile presso Dio
(San Giovanni Bosco)

Articoli correlati