Introduzione
In un’epoca dominata dal carattere sociale dell’immanenza, dove il narcisismo e il soluzionismo tecnologico sembrano aver sigillato ogni apertura verso l’Oltre, le esperienze di premorte (EPM) riemergono come una potente “fessura verticale”. Questo saggio esplora, attraverso un’analisi sociologica e fenomenologica, come i pilastri della cultura contemporanea — dal performatismo all’accelerazionismo — abbiano trasformato la ricerca del sacro in una “trascendenza orizzontale” finalizzata al consumo e alla prestazione. Vedremo come le testimonianze di chi ha vissuto un’EPM rappresentino oggi una breccia capace di infrangere la struttura del mondo “chiuso” e restituire all’individuo-progetto la sua originaria dimensione di senso.
L’uomo occidentale contemporaneo
Dal punto di vista della psicologia sociale, dell’antropologia culturale e della sociologia dei processi economici, l’uomo occidentale contemporaneo non è semplicemente un edonista ma è un “atleta del piacere” costantemente impegnato a monitorare le proprie performance, a esibirle per ottenere consenso e a ottimizzare ogni secondo della propria vita, vivendo nel terrore di restare escluso (FOMO – Fear of Missing Out) dal flusso incessante di informazioni e stimoli.
I cinque pilastri fondamentali del carattere Sociale dell’uomo occidentale contemporaneo
Il Carattere Sociale, secondo il concetto coniato dallo psicanalista Erich Fromm (1964), è il nucleo della struttura caratteriale comune alla maggior parte dei membri di una cultura; non è solo un insieme di idee, ma è la “forma” che la psiche assume per funzionare all’interno di un determinato sistema economico e sociale. Ebbene, i pilastri fondamentali del Carattere Sociale dell’uomo occidentale contemporaneo sono:
- narcisismo[1],
- performatismo[2],
- accelerazionismo[3]
- presentismo[4],
- soluzionismo[5].
Se l’edonismo riguarda il “cosa” proviamo (il piacere), il narcisismo riguarda il “chi” vede quel piacere. Christopher Lasch descrisse la “cultura del narcisismo” già decenni fa (1979), ma oggi è diventata sistemica. L’individuo non cerca solo soddisfazione, ma validazione esterna. L’identità non è più un dato interiore, ma una performance costante sui social media. La vita pubblica è diventata una vetrina dove il “Sé” è trattato come un brand da promuovere. Questo porta a una fragilità strutturale: l’autostima dipende dall’algoritmo e dal consenso altrui.
Come teorizzato dal filosofo e sociologo Byung-Chul Han (2012), siamo passati dalla “società disciplinare” (fatta di obblighi e divieti) alla “società della prestazione” (performatismo). Il motto non è più “Tu devi”, ma “Tu puoi”. Questa apparente libertà nasconde una forma di auto-sfruttamento volontario. L’individuo si sente in colpa se non è produttivo, se non si “ottimizza” costantemente (biohacking, formazione continua, fitness estremo). Il risultato è un aumento patologico di depressione e burnout, visti come il fallimento di un soggetto che non riesce a stare al passo con le proprie aspettative di successo.
L’antropologia contemporanea osserva una mutazione nel nostro rapporto con il tempo. Viviamo in un eterno presente. La memoria storica si accorcia e la progettualità a lungo termine svanisce. Tutto deve essere istantaneo. Questo annulla la capacità di tollerare la frustrazione o l’attesa. Se l’edonismo vuole il piacere, il presentismo lo vuole adesso. Questa contrazione del tempo è alimentata dall’accelerazionismo tecnologico: un sistema che, per autosostenersi, deve aumentare costantemente la velocità di produzione, consumo e comunicazione. Non è solo una scelta individuale, ma un imperativo sistemico che travolge i ritmi biologici e psichici dell’uomo. In questa corsa perpetua, l’altro smette di essere un volto da accogliere e diventa un oggetto da consumare rapidamente o, peggio, un intralcio alla nostra efficienza individuale. Quando si corre, la pazienza necessaria per costruire relazioni solide si esaurisce; questo riduce la profondità dei legami sociali, che diventano “liquidi” (Bauman, 2000) e facilmente sostituibili.
Sotto la spinta di questa accelerazione frenetica, la mentalità moderna tende a credere che ogni aspetto dell’esperienza umana sia un problema tecnico da risolvere. Si approda così al soluzionismo: la logica dell’ingegneria applicata alle emozioni, alle relazioni e alla politica. Se c’è un malessere, deve esserci un’app, un farmaco o un protocollo per eliminarlo. Questo porta alla perdita del senso del “tragico” e del mistero. Nella visione classica o religiosa, il “tragico” è la consapevolezza che la vita umana comporta limiti insuperabili: la vecchiaia, il lutto, il fallimento e, infine, la morte. Questi non sono “errori”, ma fanno parte della struttura stessa dell’essere uomo. Oggi, se soffriamo, pensiamo che sia perché non abbiamo ancora trovato la pillola giusta, l’app corretta o il protocollo medico definitivo. Il dolore viene “patologizzato”: non è più un’occasione di riflessione o di crescita interiore, ma un malfunzionamento che la scienza deve riparare. Se la morte è solo un “problema tecnico” non ancora risolto (come sostengono alcuni transumanisti), l’uomo perde la capacità di dare un senso al limite. Il mistero non è qualcosa che non sappiamo ancora, ma qualcosa che, per sua natura, supera la nostra ragione. È l’eccedenza della vita. Il soluzionismo riduce il mistero a un enigma. Un enigma è un segreto di cui non abbiamo ancora la chiave, ma che prima o poi risolveremo con più dati o più calcoli. In questa visione, non c’è spazio per il sacro o per l’ineffabile, perché tutto ciò che esiste deve essere misurabile, spiegabile e controllabile. Tutto, allora, diventa “piatto”. Se non c’è mistero, non c’è stupore; se non c’è stupore, non c’è spazio per Dio o per una dimensione che vada oltre la “cornice immanente”.
La trascendenza nella cultura contemporanea
In questa nostra cultura occidentale contemporanea dominata da narcisismo, performatismo, accelerazionismo, presentismo e soluzionismo tecnologico si è data una mutazione antropologica profonda che ha generato una diversa percezione della trascendenza. Nelle masse occidentali, si assiste a quello che i sociologi definiscono il passaggio dalla “trascendenza verticale” (verso Dio o l’Assoluto) alla “trascendenza orizzontale” o “immanente”.
Nella cultura narcisistica si assiste alla “sacralizzazione del sé”: l’oggetto della venerazione si è spostato da Dio all’io. La trascendenza, un tempo slancio verso l’Oltre, viene ora ricercata esclusivamente nell’espansione dei confini del proprio corpo o della propria mente. Pratiche millenarie come lo yoga o la mindfulness[6], nate originariamente come vie di spogliamento e distacco dall’ego, sono ora vie per potenziare l’ego affinché sia più performante. Non vengono più vissute come aperture al Mistero, ma vengono ridotte a mera tecnica di riduzione dello stress o a protocollo di ottimizzazione psicofisica. Il legittimo desiderio di “stare meglio con se stessi” viene così distorto in una forma di manutenzione tecnica: la mindfulness si trasforma spesso in McMindfulness, “pienezza mentale fast food”, uno strumento soluzionista funzionale all’accelerazionismo, volto a rendere l’individuo più resiliente e produttivo all’interno della “cornice immanente”, privandolo della sua originaria apertura al trascendente, mentre lo yoga rischia di ridursi a una ginnastica estetica finalizzata al potenziamento del “Sé-brand”. In questo scenario, la trascendenza è degradata ad auto-aiuto: non è più un’uscita da sé per incontrare l’Altro, ma un ripiegamento su di sé per funzionare meglio. Il corpo diventa così l’ultimo tempio; la cura maniacale dell’estetica, del biohacking e della longevità rappresenta l’estremo tentativo di trascendere, per via tecnica e non grazia, il limite umano per eccellenza: la morte e il decadimento fisico.
Il bisogno di appartenenza a qualcosa di ‘più grande’ non scompare, ma viene canalizzato in surrogati orizzontali. La politica, l’attivismo, il tifo o le ‘fanbase’ digitali offrono un’esperienza di effervescenza collettiva che mima l’estasi del rito religioso, ma senza richiederne la metanoia: si ottiene il brivido dell’appartenenza senza il sacrificio della conversione. In queste dinamiche, l’individuo sperimenta una trascendenza illusoria che, invece di elevarlo, lo massifica. Queste attività, pur legittime, smarriscono la loro funzione di ‘servizio’ alla vita umana perché cessano di essere ordinate a una trascendenza verticale. Non sono più scale verso l’Eterno, ma camere dell’eco dove l’io cerca conferme invece di verità, trasformando l’impegno civile o sociale in una forma di idolatria immanente.
L’edonismo di massa trasforma il consumo in un’esperienza quasi mistica. I grandi brand (Apple, Tesla, brand di lusso) non vendono oggetti, ma “mondi di significato”. L’acquisto diventa un rito di iniziazione; il possesso dell’oggetto promette una trasfigurazione della propria condizione sociale ed esistenziale. Il viaggio “esperienziale” verso luoghi esotici o eventi spettacolari (concerti, festival) è la ricerca di un momento di estasi che rompa la monotonia del quotidiano performante.
Esiste una parte delle masse che ripone la speranza di trascendenza nella tecnica. Il transumanesimo è la forma più estrema di questa mentalità. È la fede che la tecnologia permetterà di trascendere i limiti biologici, scaricando la coscienza in un supporto digitale o sconfiggendo la vecchiaia. Qui la trascendenza è delegata alla macchina.
Se nel Medioevo, dunque, l’uomo era un viator (un pellegrino verso l’Assoluto) e nell’Illuminismo era un soggetto razionale, oggi è definito come un individuo-progetto: un essere autosufficiente che deve continuamente “costruirsi”, “vendersi” e “godere”. Il narcisismo e il performantismo definiscono l’essenza di questo nuovo uomo.
Riprendendo il pensiero del filosofo Charles Taylor (2009), questi pilastri costituiscono l’impalcatura di un mondo vissuto come “chiuso” verso l’alto. È una struttura mentale che rende la trascendenza verticale non necessariamente “falsa”, ma irrilevante o invisibile per la massa. L’accelerazionismo, il presentismo e il soluzionismo agiscono come una sorta di soffitto basso che impedisce allo sguardo di alzarsi verso il fine ultimo vero (l’Escaton), focalizzandolo invece sul funzionamento immediato della macchina biologica e sociale.
In termini sociologici, questi pilastri sono le “credenze operative” che permettono al sistema economico attuale di riprodurre sé stesso. Il mercato non ha bisogno di anime contemplative, ma di soggetti ansiosi di prestazione e bramosi di gratificazione istantanea. In questo senso, tutti e cinque i pilastri fondamentali del Carattere Sociale dell’uomo occidentale contemporaneo su menzionati sostengono una liturgia laica quotidiana fatta di scrolling, acquisti, monitoraggio di dati biometrici e ricerca di approvazione sociale.
Nonostante questi surrogati, la psicologia clinica osserva che questa trascendenza orizzontale spesso non placa il “senso di vuoto”. Poiché tutto è finalizzato al consumo o alla prestazione, manca la dimensione del senso ultimo. La trascendenza delle masse oggi è spesso un’evasione temporanea piuttosto che un’ascensione permanente, portando a quella che Gilles Lipovetsky (2004) definisce “l’ipermodernità”: un mondo dove siamo liberati dai “vecchi” dogmi, ma prigionieri di un’ansia costante di rinnovamento.
Le esperienze di premorte
Proprio in questo orizzonte apparentemente sigillato, emerge con forza una realtà di confine che sfida i paradigmi del soluzionismo tecnico: il fenomeno delle esperienze di premorte (EPM). Esse si configurano come vissuti di straordinaria lucidità riportati da individui sopravvissuti a una morte clinica momentanea o a stati di coma profondo, agendo come una fessura rivelatrice nel tessuto del presente. Queste esperienze, che investono direttamente milioni di persone in tutto il mondo e ne raggiungono indirettamente centinaia di milioni attraverso una vastissima letteratura di settore, offrono all’uomo contemporaneo l’opportunità di riappropriarsi di una trascendenza verticale, capace di valicare i confini del tempo terreno, di restituire lo sguardo alla dimensione dell’Eterno creando la condizione necessaria perché l’uomo torni a parlare la lingua dello spirito, rendendo nuovamente udibile quell’annuncio d’Amore che è al cuore della rivelazione cristiana.
Fenomenologia
L’esperienza di premorte (EPM) è un’esperienza spontanea soggettiva di un vissuto intenso e profondo, in condizioni di crisi vitale grave con pericolo di vita. Le condizioni in cui si verificano le EPM sono: a) arresto cardiaco; b) politraumi di diversa origine (folgorazione, cadute in montagna, annegamento, terremoti, incidenti stradali ecc.); c) trauma cranico; d) stati di shock (anafilattico, cardiogeno, emorragico, ipovolemico, settico); e) embolia polmonare; f) anestesia generale; g) il tentato suicidio. Sono associate ad alterazioni dello stato di coscienza e, apparentemente, alla sua completa abolizione (come nel caso dell’arresto cardiaco, del coma o dell’anestesia generale) anche se in realtà viene testimoniato uno speciale stato di consapevolezza accompagnato da percezioni e sensazioni interne.
Nonostante la loro frequenza sia relativamente elevata, fino agli anni settanta del secolo scorso tali esperienze erano pressoché sconosciute nella letteratura scientifica internazionale; a partire da quegli anni si è destato un crescente interesse, che ha portato all’acquisizione di una consistente mole di dati e di conoscenze, tali da rendere oggi le EPM un fenomeno clinico certo, con una chiara epidemiologia e fenomenologia. L’incidenza di EPM è relativamente alta, non inferiore al 10-18% dei pazienti in condizioni critiche, per cui le EPM sono tutt’altro che fatti sporadici e non studiabili con il metodo scientifico. Ciò che ha maggiormente stimolato la ricerca sulle EPM è l’universalità di questi vissuti. Infatti, indipendentemente dalla causa che provoca la crisi vitale grave e nonostante l’estrema eterogeneità dei soggetti, sono state rilevate delle costanti nei contenuti delle EPM.
La International Association for Near-Death Studies (IANDS) evidenzia nove caratteristiche comuni alle EPM:
- emozioni intense, prevalentemente positive ma in alcuni casi negative (paura, orrore, senso di perdita);
- Esperienza extra corporea (EEC);
- movimento attraverso l’oscurità, talvolta verso una luce indescrivibile;
- senso di essere altrove, in un paesaggio che può sembrare un mondo spirituale;
- pensiero e osservazioni incredibilmente rapidi e acuti;
- incontro con persone care defunte, talvolta con figure sacre (giudici, Gesù, un santo) o con esseri sconosciuti, con i quali la comunicazione è mentale;
- esame della vita;
- in alcuni casi, un flusso di conoscenza circa la vita e la natura dell’universo;
- talvolta la decisione di tornare nel corpo.
Come mette in luce la lista dello IANDS, alcuni racconti di EPM contengono esperienze o sensazioni angoscianti, come paura, incontro con diavoli, visione e sperimentazione dell’inferno e dei suoi tormenti. Le prime ricerche, come anche le successive che le hanno seguite, non hanno tenuto in debito conto questi elementi, ma è necessario qui rilevarli. È vero che molti soggetti che hanno vissuto una EPM raccontano che la loro esperienza è stata dominata da sensazioni piacevoli come pace, gioia e beatitudine, ma è altrettanto vero che, seppur meno frequentemente, alcuni soggetti raccontano che la loro esperienza è stata dominata da sensazioni angoscianti ed emozionalmente dolorose come paura, terrore, orrore, rabbia, solitudine, isolamento, colpevolezza.
Greyson e Bush (1996), esaminando cinquanta racconti di EPM dolorose (nella letteratura internazionale: dNDE), hanno intravisto la possibilità di suddividere queste esperienze in tre tipologie:
– Il tipo più comune include le stesse caratteristiche delle EPM piacevoli − come la EEC e il rapido attraversamento di un tunnel o di un vuoto in direzione di una luce − ma solitamente i soggetti sono spaventati a causa del fatto che percepiscono la situazione che stanno vivendo come fuori dal loro controllo.
– Il secondo tipo, meno comune, include un’acuta coscienza di «non esistenza» o di essere completamente soli per sempre in un vuoto assoluto. Qualche volta la persona si sente totalmente convinta che il «mondo reale» − compreso lui stesso − non è mai esistito.
– Il terzo e più raro tipo comprende un immaginario infernale come: un brutto paesaggio che ispira un cattivo presentimento, esseri infernali, rumori forti e fastidiosi, animali feroci e altri esseri estremamente sofferenti. Solo raramente alcuni soggetti si sentono personalmente tormentati.
La dottoressa Barbara Rommer (2000) vi aggiunge un quarto tipo, il più raro di tutti, nel quale il soggetto si sente giudicato negativamente da una Potenza Superiore durante la visione panoramica della propria vita (life review) − nella quale il soggetto rivede e rivive ogni momento della propria vita.
I diversi studi hanno rilevato che il gruppo dei soggetti che hanno vissuto una EPM dolorosa è caratterizzato da una estrema eterogeneità. Sono sia uomini che donne, di qualsiasi livello culturale, orientamento sessuale, credenza spirituale, appartenenza religiosa. Inoltre, le EPM di alcuni soggetti contengono sia elementi dolorosi che piacevoli e tra i soggetti che hanno vissuto EPM multiple, alcuni hanno avuto prima una esperienza piacevole e poi una dolorosa, o viceversa.
L’incidenza delle EPM dolorose è stimata intorno all’1% e al 25% della totalità delle EPM esaminate ma è probabile che possa essere più alta, perché i soggetti che hanno vissuto una EPM dolorosa potrebbero avere delle ragioni inconsce e consce per evitare di parlarne:
- una possibile ragione della sottovalutazione del fenomeno potrebbe essere il meccanismo psichico della «rimozione», nel quale le esperienze traumatiche sono relegate nell’inconscio.
- Un’altra ragione potrebbero essere la speranza che il ricordo dell’esperienza possa andarsene evitando di parlarne.
- Anche il voler evitare di rivivere l’angoscia, che riaffiorerebbe nel raccontare l’esperienza, potrebbe indurre il soggetto a non parlarne,
- come il provare vergogna per avere sperimentato sentimenti angoscianti durante una EPM mentre molte altre persone hanno vissuto una esperienza piacevole.
- Infine, anche il timore che gli altri potrebbero giudicarlo «cattivo» o «matto» potrebbe inibire il soggetto.
Per le suddette ragioni, l’esatta frequenza delle EPM dolorose non è attualmente conosciuta.
Ipotesi interpretative delle EPM
Del fenomeno EPM sono state avanzate diverse ipotesi interpretative di natura psicologica, fisiologica o neurofisiologica. Tali ipotesi, per la cui presentazione rimando al mio libro Illusione o realtà. Studio critico sulla testimonianza di Gloria Polo e le esperienze di premorte, sono di notevole interesse, ma allo stato attuale rimangono solo ipotesi senza alcuna dimostrazione, né possono spiegare in modo soddisfacente il loro impatto psicologico ed esistenziale su chi le vive in prima persona, impatto che si traduce spesso nell’elaborazione positiva di una nuova visione del mondo e dello stile di vita. Ognuna di queste ipotesi può spiegare «solo una parte» di tutta la complessa fenomenologia delle EPM ma non la globalità del fenomeno. Accettare le ipotesi interpretative suddette equivarrebbe perciò ad accettare una diagnosi che, ignorando la totalità dei sintomi presenti, si basasse su uno solo di essi.
La presenza nelle EPM, però, di percezioni visive, uditive, cinestetiche e olfattive, la cui veridicità in molti casi è suffragata da prove testimoniali, ci spinge a rivedere il modo in cui la coscienza e il cervello si relazionano tra loro (Pim Van Lommel, 2010), superando l’ossimorico dogma scientifico che identifica la coscienza nel cervello, e a formulare una nuova e più esaustiva ipotesi interpretativa delle EPM: l’ipotesi trascendentale o spirituale, secondo la quale le EPM sono un «indizio» dell’esistenza dell’anima e della sua immortalità, di una vita oltre la vita e di una realtà spirituale trascendente.
Conclusioni
Se il mondo moderno soffre di una “chiusura orizzontale”, l’EPM si pone come una “fessura verticale” improvvisa e non programmata. Nella cultura del Sé-brand, l’individuo è prigioniero della propria immagine. L’EPM opera un ribaltamento radicale. Uno degli elementi costanti delle EPM è il life review (it.: revisione della vita). Il soggetto vede la propria vita non attraverso il successo o la performance (criteri mondani), ma attraverso l’impatto d’amore prodotto sugli altri. In un mondo che idolatra l’ego, l’EPM costringe l’anima a vedersi con gli occhi di Dio, dove l’unico valore è la relazione. In questa prospettiva, anche le EPM dolorose caratterizzate dal vuoto o dall’angoscia restituiscono all’uomo la consapevolezza della possibile tragica conclusione di un’esistenza vissuta senza amare. Il “disturbo” che tali vissuti arrecano alla nostra mentalità soluzionista agisce come una pedagogia necessaria: il vuoto non è una fine, ma il grido di una natura fatta per la comunione che attende di essere colmata.
L’Occidente non è necessariamente ateo, ma vive etsi Deus non daretur (it.: come se Dio non ci fosse). La trascendenza è dimenticata perché non è “utile” alla produzione. L’EPM porta il soggetto a sperimentare una coscienza lucida fuori dal corpo. In un’epoca che riconosce solo ciò che è misurabile, questo fenomeno che sfida le leggi della neurobiologia materialista ridesta il senso del mistero e dell’esistenza dell’anima e della sua sopravvivenza alla morte del corpo. Smascherando l’illusione dell’autosufficienza tecnica, l’EPM prepara il terreno all’annuncio cristiano, rendendo nuovamente udibile la promessa di un Amore che non è solo un sentimento, ma la struttura stessa della realtà.
Abbiamo detto che la massa vive in un eterno presente per fuggire l’angoscia della fine. L’EPM trasforma radicalmente il rapporto con il tempo e la morte. Chi torna da una EPM quasi sempre perde il timore della morte e acquisisce una speranza escatologica incrollabile. È una forma di “anticipazione escatologica” nella quale alcuni “assaggiano” la luce per diventare testimoni della speranza in una società depressa e nichilista. È il passaggio dal Chronos (tempo che divora) al Kairos (momento opportuno della grazia) che apre all’eternità. La società liquida produce solitudine. L’EPM è quasi sempre descritta come un’esperienza di accoglienza, luce e amore incondizionato, che ricorda all’uomo la sua vocazione trinitaria (Hans Urs von Balthasar, 1963). Non siamo fatti per l’autonomia assoluta del narcisista, ma per la comunione. Il “ritorno” del soggetto dall’EPM è spesso accompagnato da un desiderio ardente di servire il prossimo.
Per approfondire il tema delle esperienze di premorte qui appena accennato e in modo particolare per leggere il mio contributo originale alla comprensione del problema dell’eterogeneità religiosa delle esperienze di premorte di grado trascendentale, consiglio la lettura del mio studio Illusione o realtà. Studio critico sulla testimonianza della dott.sa Gloria Polo e le esperienze di premorte (eBook). Inoltre consiglio la lettura dell’esperienza di premorte multipla della dott.sa Gloria Polo: Sono stata alle porte del cielo e dell’inferno. Nuova testimonianza della dott.sa Gloria Polo (Seconda edizione).
Bibliografia
- Bauman, Zygmunt, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari, 2002 (ed. orig. 2000).
- Fromm, Erich, Il cuore dell’uomo, Carocci, Roma, 2022 (ed. orig. 1964).
- Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2012.
- Lasch, Christopher, La cultura del narcisismo, Bompiani, Milano, 1981 (ed. orig. 1979).
- Lipovetsky, Gilles, Ipermodernità. Dopo la società dei consumi, Datanews, Roma, 2006 (ed. orig. 2004).
- Patrizi, Flaviano, Illusione o realtà. Studio critico sulla testimonianza della dott.sa Gloria Polo e le esperienze di premorte, (eBook), Himmel Edizioni, Colli al Metauro, 2016.
- Polo, Gloria con Patrizi, Flaviano, Sono stata alle porte del cielo e dell’inferno. Nuova testimonianza della dott.sa Gloria Polo, 2a ed., Himmel Edizioni, Colli al Metauro, 2021.
- Taylor, Charles, L’età secolare, Feltrinelli, Milano, 2009.
- Van Lommel, Pim, Consciousness Beyond Life: The Science of the Near-Death Experience, HarperOne, New York, 2010.
- Von Balthasar, Hans Urs, Solo l’amore è credibile, Borla, Milano, 1991 (ed. orig. 1963).
- Greyson, Bruce e Evans Bush, Nancy, “Distressing near-death experiences”, in Lee Worth Bailey, The near-death experience: A reader, Routledge, New York, 1996.
- Rommer, Barbara R., Blessing in disguise: Another side of the Neardeath Experience, Llewellyn Publications, Woodbury (MN), 2000.
Note
[1] Sebbene il termine nasca nella psicoanalisi con Freud, è Christopher Lasch nel suo saggio del 1979, La cultura del narcisismo, a trasformarlo in una categoria sociologica. Egli descrive non una patologia individuale, ma un tratto collettivo: l’individuo moderno, privo di radici e di futuro, si ripiega su se stesso cercando gratificazioni immediate e l’approvazione altrui.
[2] Coniato nei primi anni 2000, il termine nasce per descrivere il superamento del postmodernismo. In sociologia, viene adottato per indicare la “dittatura della performance”: l’idea che l’identità sia valida solo se “messa in scena” e misurata tramite risultati concreti. Si raccorda direttamente con la società della prestazione di Byung-Chul Han.
[3] Anche se i concetti base risalgono a Nick Land e agli anni ’90, il termine è stato coniato da Benjamin Noys nel 2010 per descrivere (originariamente in senso critico) la tendenza del capitalismo a velocizzare i processi tecnologici e sociali oltre la capacità di adattamento umana. Nel contesto di questo articolo, si sposa perfettamente con l’idea di una società che “corre” verso il nulla, impedendo la riflessione spirituale.
[4] Lo storico francese François Hartog ha formalizzato il termine nel 2003 nel suo saggio Regimi di storicità. Hartog descrive il presentismo come una condizione in cui l’orizzonte del futuro è scomparso (percepito come minaccioso o inesistente) e il passato è ridotto a mero consumo museale.
[5] Introdotto nel 2013 nel libro To Save Everything, Click Here. Evgeny Morozov definisce il soluzionismo come l’ideologia che interpreta ogni aspetto dell’esistenza come un “problema” con una “soluzione tecnica” ottimale. È il pilastro che nega il mistero e il tragico, cercando di “risolvere” persino la finitudine umana.
[6] Il termine mindfulness definisce una pratica di meditazione derivata dal buddismo (sati), centrata sulla consapevolezza del momento presente.