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“Cercare il Volto del Signore” senso e attualità di una festa dimenticata

Introduzione


Nel cristianesimo il tema del “volto” non appartiene alla sfera del sentimento religioso, ma a quella della rivelazione. Parlare del volto di Cristo significa affermare che Dio, nell’Incarnazione, si è reso realmente conoscibile, assumendo una fisionomia storica e personale. Il volto non è un dettaglio accessorio, ma il segno concreto della presenza del Figlio nel mondo, luogo visibile di una rivelazione che resta trascendente ma non più invisibile.

Fondamenti biblici e tradizionali

La Sacra Scrittura attesta un lungo itinerario teologico che conduce dalla ricerca del volto di Dio alla sua manifestazione definitiva in Gesù Cristo. Nell’Antico Testamento il “volto” designa la presenza viva e salvifica di Dio, desiderata ma non ancora pienamente accessibile. Il salmista esprime questo movimento fondamentale della fede quando proclama:

«Il mio cuore ripete il tuo invito: “Cercate il mio volto!”. Il tuo volto, Signore, io cerco» (Sal 27,8).

Il volto di Dio è qui oggetto di ricerca, promessa di comunione, ma non ancora visione compiuta.

Questa tensione è confermata dal racconto di Esodo 33, dove Mosè chiede di vedere la gloria di Dio, ma riceve come risposta il limite costitutivo della condizione umana:

«Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo» (Es 33,20).

Il volto di Dio rimane segno di una prossimità reale ma velata, che si manifesta come benevolenza e benedizione:

«Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia» (Nm 6,25).

Nel Nuovo Testamento questa attesa trova il suo compimento cristologico. San Paolo afferma in modo decisivo:

«Dio, che disse: “Rifulga la luce dalle tenebre”, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo» (2Cor 4,6).

Il volto di Gesù non è più semplice simbolo, ma luogo reale della rivelazione: in esso si rende visibile la gloria divina. Per questo l’Apostolo può definire Cristo «immagine del Dio invisibile» (Col 1,15), fondando teologicamente la possibilità stessa di una contemplazione del Volto.

Questa rivelazione è confermata dalle parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni:

«Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9).

Non si tratta di una identificazione figurativa, ma personale: nel volto del Figlio si manifesta la relazione eterna con il Padre. La tradizione ecclesiale ha custodito con attenzione questa consapevolezza, evitando di ridurre il Volto a un semplice oggetto iconografico e riconoscendolo invece come segno teologico della Persona di Cristo, reso accessibile dall’Incarnazione e orientato alla fede.

La dimensione riparatrice

Lo sviluppo moderno della devozione al Santo Volto si inserisce nel quadro della spiritualità della riparazione. Il Volto oltraggiato di Cristo diventa simbolo eloquente del rifiuto dell’uomo verso Dio e, al tempo stesso, testimonianza silenziosa della perseveranza dell’amore redentivo. In questa prospettiva, la devozione non introduce novità dottrinali, ma richiama con forza la serietà del peccato e la centralità della Passione nella vita cristiana.

Il riconoscimento liturgico della Chiesa

Con l’istituzione della festa del Santo Volto nel 1958, sotto il pontificato di Pio XII, la Chiesa ha ricondotto questa devozione all’interno dell’alveo liturgico. La collocazione immediatamente precedente alla Quaresima non è casuale: essa orienta il fedele alla contemplazione del Cristo sofferente, preparando il cammino penitenziale con una prospettiva autenticamente cristologica e non emotiva.

Criterio ecclesiale e vigilanza teologica

La festa del Santo Volto non vincola a identificazioni materiali né legittima derive devozionali incontrollate. Essa chiede piuttosto una contemplazione sobria, radicata nella liturgia e nella dottrina della Chiesa. Il Volto di Cristo non è oggetto di curiosità, ma mistero da adorare; non strumento apologetico, ma richiamo alla verità della Redenzione e alla serietà della fede.

Conclusione

La dimensione devozionale del Santo Volto si innesta in modo coerente sul fondamento biblico e dottrinale, senza costituire un livello parallelo o alternativo alla teologia. Nei secoli moderni, essa ha assunto forme concrete soprattutto come risposta spirituale al mistero della Passione, ponendo al centro non l’immagine in quanto tale, ma la Persona di Cristo umiliata e glorificata.

In questo contesto si colloca la devozione promossa da Leone Dupont, che interpretò il Volto di Cristo come appello alla riparazione morale e alla conversione, in continuità con la grande tradizione penitenziale della Chiesa. Tale linea spirituale troverà un ulteriore sviluppo nel XX secolo attraverso l’esperienza di Maria Pierina De Micheli, la cui proposta devozionale fu accolta e regolata dall’autorità ecclesiastica, evitando derive visionarie o sensazionalistiche.

Il riconoscimento liturgico della festa del Santo Volto, voluto dalla Chiesa, ha definitivamente chiarito il criterio interpretativo corretto: la devozione è autentica solo quando resta ordinata alla liturgia, subordinata alla fede della Chiesa e orientata alla contemplazione del mistero redentivo. In tal senso, il Santo Volto non è oggetto di appropriazione privata, ma linguaggio ecclesiale che rimanda al cuore della Passione di Cristo e alla serietà della risposta cristiana.

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Chi dona un libro buono, non avesse altro merito che destare un pensiero di Dio, ha già acquistato un merito incomparabile presso Dio
(San Giovanni Bosco)

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San Valentino: vero amore o opportunismo?

Introduzione


In un mondo che spesso riduce San Valentino a una corsa frenetica tra fiori, cioccolatini e cene costose, si nasconde una domanda scomoda: stiamo celebrando l’amore o semplicemente recitando una parte scritta dal mercato?

Un giovane, preoccupato per il portafoglio vuoto, confessa: «Se uno passa San Valentino da solo, poi Cupido scappa per tutto l’anno!». Dietro questa battuta ironica si cela un’ansia diffusa: la paura di non corrispondere a un copione sociale che identifica l’amore con il gesto eclatante, il regalo costoso, l’apparenza perfetta. Ma questa logica nasconde una trappola: confonde il romanticismo effimero con la sostanza dell’amore autentico.

La memoria perduta di un santo coraggioso

Pochi sanno che dietro questa festa non c’è Cupido con il suo arco, ma il volto di un martire. San Valentino fu un sacerdote romano del III secolo che, in un’epoca di persecuzioni, osò celebrare matrimoni tra giovani cristiani quando l’impero li proibiva.
Non scoccava frecce magiche: costruiva ponti tra cuori con il cemento della fede e del coraggio. Fu Papa Gelasio I, verso la fine del V secolo, a istituire ufficialmente la sua memoria liturgica proprio per offrire un’alternativa cristiana alle “Lupercalia“, antiche celebrazioni pagane caratterizzate da rituali licenziosi e privi di quel rispetto per la dignità della persona che il Vangelo esige.
La Chiesa non voleva semplicemente sostituire una festa con un’altra: intendeva trasformare radicalmente la concezione stessa dell’amore di coppia, strappandola dalla sfera dell’istinto per innalzarla a dimensione spirituale.

Quando l’amore va in bancarotta

La crisi delle relazioni odierne — fragilità degli impegni, superficialità degli incontri, solitudine anche in coppia — non è solo un problema sociale: è il sintomo di un vuoto antropologico. Quando non mettiamo Dio nella nostra vita, le nostre relazioni interpersonali e sociali vanno in bancarotta. Quando l’amore viene separato dalla sua fonte trascendente, diventa merce soggetta alle fluttuazioni del desiderio, dell’interesse, dell’emozione passeggera. Senza un orizzonte più alto che ne orienti la direzione, ogni rapporto rischia di trasformarsi in un contratto revocabile al primo segno di difficoltà.

I Tre Pilastri dell’Amore Cristiano

Celebrare degnamente San Valentino oggi significa riscoprire tre virtù spesso dimenticate: giustizia, purezza e coraggio.

La giustizia come “Sì” quotidiano alla Vocazione: la giustizia non intesa solo come uno sforzo di volontà, ma come la risposta continua a una chiamata. Per una coppia, significa trasformare l’emozione passeggera in una scelta spirituale da compiersi, se fidanzati, o da mantenere, se già sposi. È la decisione di edificare una “piccola chiesa domestica” o un progetto di vita solido, dove la stabilità non dipende dall’entusiasmo del momento, ma dalla volontà di custodire il bene dell’altro, riflettendo la fedeltà instancabile di Cristo verso l’umanità.

La purezza come custodia dell’altro: lungi dall’essere solamente l’espressione del divieto enunciato nel sesto comandamento, la purezza è la virtù che permette di vedere l’altro con gli occhi di Dio. Significa riconoscere che la persona amata non ci appartiene, ma è un tempio dello Spirito Santo con una dignità inviolabile. La castità, che si esprime nell’astinenza durante il fidanzamento e nell’esercizio ordinato al bene della coppia e alla procreazione nel coniugio, trasforma il modo di amare: insegna a rifiutare ogni forma di possesso o egoismo per mettersi al servizio della bellezza dell’anima e del corpo dell’altro, riconoscendovi il riflesso di un amore più grande, quello di Dio. È l’amore che si fa accoglienza dell’altro, trasformando l’attrazione in un dono totale, gratuito e rispettoso.

Il coraggio della testimonianza e della fecondità: Il coraggio è l’eredità più preziosa di San Valentino: in un’epoca che idolatra il “monouso” e la gratificazione istantanea, osare di porre le basi per un legame indissolubile o combattere per mantenerlo è un atto profetico. Per i fidanzati e gli sposi, il coraggio significa difendere la stabilità del proprio legame contro la cultura del provvisorio perché questo è il bene della coppia voluto da Dio. La vera libertà non sta nel cambiare rotta a ogni tempesta, ma nel gettare l’ancora in un amore che aspira all’eternità, certi che la grazia divina sostiene ogni passo del cammino comune.

Un San Valentino indimenticabile

Un San Valentino veramente indimenticabile non si misura dal costo del regalo o dalla perfezione della scenografia. Si riconosce dalla profondità dello sguardo con cui ci si incontra, dalla sincerità con cui ci si chiede: «Sto amando come Cristo ha amato?». Non è il giorno in cui si finge di essere galanti per paura della solitudine, ma l’occasione per rinnovare un proposito: vivere ogni rapporto con quella fedeltà che trasforma il tempo in eternità, il gesto quotidiano in sacramento, l’incontro tra due persone in eco dell’incontro con l’Amore stesso.

Conclusione

San Valentino, il santo, non ci invita a comprare di più, ma ad amare meglio: con impegno che non teme la fatica, purezza che rispetta l’altro, coraggio che sfida la cultura dello scarto. E forse, solo allora, Cupido — o meglio, la grazia — non scapperà per tutto l’anno, ma abiterà stabilmente nei cuori che hanno scelto di amare senza condizioni.

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(San Giovanni Bosco)

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Perché il tuo libretto cattolico è un “piccolo missionario”

Introduzione


In un mondo dove siamo sommersi da notizie che corrono veloci sui cellulari, spesso confuse, inutili, sensazionalistiche o cariche di pessimismo, c’è uno strumento antico eppure modernissimo che Dio ha messo nelle nostre mani: la stampa cattolica.
Molti pensano che diffondere un libro religioso, un foglietto parrocchiale o un giornale cattolico sia un “hobby” per pochi appassionati. In realtà, è una vera e propria missione, un comando che arriva da lontano e che riguarda ognuno di noi.

Un ordine che viene da Dio

Se apriamo la Bibbia, scopriamo che Dio non ha solo parlato, ma ha voluto che le Sue parole fossero scritte. Già nell’Antico Testamento diceva a Mosè e ai profeti:

“Scrivi questo per ricordo nel libro” (Esodo 17,14)

e

“incidilo sopra un documento, perché resti per il futuro” (Isaia 30,8).

Perché scrivere? Perché la voce passa, ma lo scritto resta. La stampa è come un’eco della voce di Dio che sfida il tempo e arriva a chi oggi è lontano. Persino Gesù, nell’Apocalisse, ordina a Giovanni:

“Quello che vedi, scrivilo e mandalo alle sette Chiese”.

La scrittura è il mezzo scelto da Dio per far arrivare la Sua carezza e il Suo ammonimento a tutti i suoi figli.

Un’arma di bene nelle nostre case

I santi hanno capito questa verità molto prima di noi. San Giovanni Bosco, un uomo che sapeva parlare ai giovani e al popolo, diceva chiaramente:

“Bisogna opporre stampa a stampa”.

Don Bosco sapeva che il male usa i giornali per confondere le persone; per questo noi dobbiamo usare la buona stampa per difendere e diffondere la verità.

Egli diceva una cosa bellissima che ci riguarda da vicino:

“Un buon libro entra nelle case dove il sacerdote non può entrare”.

Pensateci: un libro cattolico o una rivista lasciata sul tavolo può essere letta da un figlio che non va più in chiesa, da un vicino curioso o da un malato che cerca conforto. Non si offende se viene messo da parte; resta lì, in attesa, come un piccolo missionario silenzioso.

La “Chiesa” che non ha mura

Anche il Beato Giacomo Alberione, che ha dedicato tutta la vita a questo, ci ha insegnato che la macchina da stampa e la libreria sono come un nuovo “pulpito”. Non si tratta di fare commercio, ma di predicare. Per lui, diffondere la Parola attraverso la carta stampata è come dare Dio alle anime.

E non dimentichiamo il coraggio di San Massimiliano Kolbe. In un’epoca di grandi errori, lui fondò una vera “Città dell’Immacolata” con rotative giganti. Diceva:

“Se non usiamo la stampa per il bene, saremo dei traditori della causa di Dio”.

Per lui, ogni copia di una rivista cattolica era un soldato di Maria inviato a portare luce nelle tenebre.

Cosa possiamo fare noi oggi?

Oggi siamo chiamati a non lasciare il campo libero a chi diffonde solo valori contrari al Vangelo. La stampa cattolica ha bisogno di “gambe”: le nostre.

Fare apostolato di stampa è semplice:

  1. Leggere per formarsi: non si può donare ciò che non si ha.
  2. Sostenere e diffondere: sostenere l’apostolato di stampa, regalare un libro, un opuscolo, un pieghevole che ci ha fatto bene o lasciarlo in una sala d’attesa.
  3. Condividere la Verità: In un’epoca di sovrabbondanza di informazione inutile e fuorviante dalle verità ultime che danno senso a tutta l’esistenza terrena, la stampa cattolica ci aiuta a guardare il mondo con gli occhi di Dio.

Conclusione

Come diceva il Concilio Vaticano II, è necessario che esista una stampa che informi e giudichi gli avvenimenti con “spirito cattolico”. Non è solo carta: è un pezzetto di cielo che entra nelle case degli uomini.

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(San Giovanni Bosco)

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Ciò che i Padri della Chiesa e sant’Alfonso Maria de’ Liguori hanno detto sull’abuso della Divina Misericordia

Introduzione

La Sacra Scrittura e la Tradizione della Chiesa insegnano con chiarezza che Dio è infinitamente misericordioso, ma anche infinitamente giusto. Quando la misericordia viene separata dalla conversione e dal timore di Dio, essa viene trasformata in una falsa sicurezza che conduce l’uomo alla rovina. Questo pericolo è stato denunciato con forza da Sant’Agostino, San Giovanni Crisostomo e, in epoca più recente, da Sant’Alfonso Maria de’ Liguori.

Sant’Agostino: la speranza che diventa presunzione

Sant’Agostino affronta il tema della praesumptio, ovvero la falsa speranza che induce a peccare confidando nel perdono futuro. Nel suo celebre Sermone 351, mette in guardia chi rimanda la penitenza:

“Non dire: la misericordia di Dio è grande, egli perdonerà la moltitudine dei miei peccati. […] Perché la sua misericordia e la sua ira sono vicine, e la sua collera si riversa sui peccatori.”
(Sermo 351, 5, 12; PL 39, 1542)

Egli ribadisce che la misericordia è un rifugio per chi fugge dal peccato, non un’autorizzazione a commetterlo:

“Guai a chi spera nella misericordia per peccare.”
(Enarrationes in Psalmos, Salmo 50, 14)

Infine, nel Sermone 87, pronuncia una delle sue massime più famose sul tempo della conversione:

“Dio ha promesso il perdono a chi si pente; non ha promesso il domani a chi pecca.”(Sermo 87, 11, 14)

San Giovanni Crisostomo: l’inganno della falsa pietà

San Giovanni Crisostomo, nelle sue omelie, sottolinea come l’idea di una misericordia che “scusa” il peccatore impenitente non venga da Dio, ma sia una strategia del male per rendere l’uomo audace nel vizio.

Nella sua Omelia 22 sul Vangelo di Matteo, spiega:

“Il diavolo ci promette la misericordia di Dio per farci peccare, e dopo il peccato ci mostra la sua giustizia per farci disperare.”
(In Matthaeum, Hom. 22, 1)

Inoltre, parlando della giustizia divina nelle Omelie ad populum Antiochenum, precisa che non si può guardare a un solo attributo di Dio ignorando l’altro:

“Non dire: Dio è buono, dunque non punirà. È buono, certo, ma è anche giusto; se non punisse, non sarebbe più giudice.”
(De Statuis ad populum Antiochenum, Hom. 3, 3)

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori: la sintesi pastorale

Sant’Alfonso raccoglie l’eredità dei Padri e la organizza in un sistema ascetico di rara efficacia, specialmente nella sua opera più diffusa, le Massime Eterne.

“Dice il peccatore: ‘Dio è di misericordia’. Rispondo: ‘Chi lo nega?’. Ma con tutto che Dio è misericordioso, quanti ogni giorno ne manda all’inferno! Dio è misericordioso, ma è ancora giusto.”
(Le Massime Eterne, Cap. VIII, 1)

Nel trattato Apparecchio alla morte, egli chiarisce che l’abuso della grazia è il peccato che più allontana dalla salvezza:

“Chi pecca confidando nella misericordia di Dio abusa della misericordia stessa, e chi offende la giustizia può ricorrere alla misericordia, ma chi offende la misericordia, a chi ricorrerà?”
(Apparecchio alla morte, Considerazione XVIII, 2)

Conclusione: L’ordine corretto della vita spirituale

L’insegnamento dei tre santi definisce un “ordine del tempo” fondamentale per il cristiano:

  1. Prima del peccato: deve regnare il timore della giustizia, per evitare la caduta.
  2. Dopo il peccato: deve regnare la speranza nella misericordia, per ottenere il perdono.

Come conclude Sant’Alfonso citando implicitamente Agostino: la misericordia è promessa a chi teme Dio, non a chi si serve di essa per disprezzarLo.

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Perché la Chiesa non accetta i Vangeli apocrifi ma, in qualche modo, li utilizza?

La questione dei Vangeli apocrifi è più complessa e affascinante di quanto possa sembrare a prima vista. Dire semplicemente che la Chiesa “non li accetta” rischia di essere riduttivo. In realtà, la Chiesa non li riconosce come testi ispirati da Dio per la fede pubblica e universale della Chiesa, ma non li ignora, né li considera automaticamente falsi o inutili.
Il termine apocrifo deriva dal greco apókryphos, che significa nascosto. Sotto l’etichetta di “apocrifi” non troviamo testi tutti uguali. Gli studiosi e la Chiesa li distinguono in base alla loro natura, origine e attendibilità.

Le principali categorie di Vangeli apocrifi

1. Apocrifi dell’Infanzia

Sono testi nati per colmare i “silenzi” dei Vangeli canonici sulla nascita e l’infanzia di Gesù e di Maria.
Spesso contengono elementi favolistici, simbolici o leggendari.
Esempi principali: Protovangelo di Giacomo, Vangelo dell’infanzia di Tommaso.
Da questi scritti derivano tradizioni molto amate, come: i nomi dei genitori di Maria (Gioacchino e Anna)il bue e l’asinello nel presepe.

2. Apocrifi Gnostici

Questi testi presentano un Gesù diverso da quello dei Vangeli canonici:
non tanto il Figlio di Dio incarnato e sofferente, ma un maestro di conoscenze segrete riservate a pochi “iniziati”. Spesso negano la vera umanità di Cristo, minimizzano o rifiutano la sua sofferenza reale
Esempi: Vangelo di Tommaso (copto), Vangelo di Maria Maddalena, Vangelo di Giuda.

3. Apocrifi Giudeo-Cristiani

Sono testi molto vicini alla tradizione ebraica delle prime comunità cristiane.
Ci sono giunti solo in forma frammentaria, ma sono importanti per comprendere le origini del cristianesimo.
Esempi: Vangelo dei Nazarei, Vangelo degli Ebrei.

Perché la Chiesa non li ha inclusi nel Canone?

La Chiesa cattolica non ha escluso gli apocrifi per censura arbitraria, ma attraverso un lungo e rigoroso processo di discernimento, basato su tre criteri fondamentali:

  • Origine apostolica: Il testo doveva risalire agli Apostoli o ai loro diretti collaboratori. Gli apocrifi sono quasi sempre tardi (dal II secolo in poi), quando i testimoni diretti non erano più in vita.
  • Ortodossia (Regola della Fede): Il contenuto doveva essere coerente con l’insegnamento di Gesù trasmesso dalla Tradizione viva della Chiesa. Molti apocrifi contenevano dottrine incompatibili con la fede cristiana.
  • Uso liturgico universale: I testi canonici erano già letti nelle celebrazioni liturgiche delle comunità cristiane di tutto il mondo conosciuto. Gli apocrifi, invece, erano spesso limitati a gruppi ristretti o a correnti particolari.

Il valore degli apocrifi oggi

Pur non essendo “Parola di Dio”, gli apocrifi non sono inutili. Aiutano a comprendere cosa pensavano i cristiani dei primi secoli, quali domande e sfide teologiche affrontavano. Hanno plasmato profondamente l’immaginario cristiano, l’arte sacra, la pietà popolare. L’esempio del ramo (o bastone) fiorito di San Giuseppe è emblematico.
Questo episodio non si trova nei Vangeli canonici, ma proviene dal Protovangelo di Giacomo, un testo apocrifo del II secolo.
Secondo questo racconto, per individuare lo sposo di Maria, i sacerdoti chiesero ai pretendenti di presentare un bastone: quello di Giuseppe fiorì miracolosamente, segno della scelta divina.
Questo simbolo è diventato così potente da entrare stabilmente:

  • nell’iconografia cristiana
  • nella scultura e pittura sacra
  • nella devozione popolare

Anche nell’opera mistica di Maria Valtorta, il prodigio del bastone fiorito viene narrato con grande ricchezza di dettagli, mostrando come questa tradizione abbia continuato a vivere nella spiritualità cristiana, pur restando fuori dal Canone biblico.

Conclusione

La Chiesa considera i Vangeli apocrifi testi umani, talvolta ricchi di intuizioni, poesia e tradizioni antiche, ma privi della garanzia divina necessaria per fondare la fede di tutti i credenti. Per questo non li accoglie nel Canone, ma li studia, li distingue e, quando opportuno, ne riconosce il valore culturale e spirituale.
Il ramo fiorito di San Giuseppe ne è un esempio perfetto: non dogma, ma simbolo vivo di una tradizione che ha parlato al cuore dei fedeli per secoli.

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(San Giovanni Bosco)
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La Confessione che ritorna: perché il sacramento più “dimenticato” parla profondamente all’uomo di oggi

Negli ultimi decenni la confessione è diventata uno dei sacramenti meno praticati, spesso percepito come superato, imbarazzante, o addirittura inutile. Eppure, proprio nell’epoca della solitudine digitale, dell’autoterapia e dell’ansia diffusa, la riconciliazione cattolica sta rivelando una sorprendente attualità. Ciò che sembrava fuori moda torna ad essere un punto di riferimento nella ricerca di autenticità, guarigione e misericordia.

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La carità di lucrare l’indulgenza giubilare per i purganti

Nella bolla di indizione dell’anno giubilare che stiamo vivendo (24 dicembre 2024 – 6 gennaio 2026) papa Francesco scriveva:

“l’indulgenza giubilare, in forza della preghiera, è destinata in modo particolare a quanti ci hanno preceduto, perché ottengano piena misericordia” (Spes non confundit, 22).

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Il valore della vita e la cultura dello scarto

La sfida del nostro tempo

Negli ultimi decenni il Magistero della Chiesa ha rivolto un’attenzione crescente al tema del valore della vita umana e alla denuncia di quelle dinamiche sociali che riducono la persona a strumento, merce, numero. Papa Francesco, nella Evangelii Gaudium (Esortazione apostolica, 24 novembre 2013), parla apertamente di “cultura dello scarto”, una mentalità che emargina i più fragili e considera inutili coloro che non rientrano nei criteri di efficienza del mondo contemporaneo.

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Il destino eterno dei bambini innocenti in Maria Valtorta: tra Limbo e Paradiso

Il destino eterno dei bambini innocenti in Maria Valtorta: tra Limbo e Paradiso_HImmel edizioni

Molte volte vedo citato dai pro-vita cattòlici il seguente brano valtortiano, da loro riferito erroneamente ai feti abortiti e privi di battesimo:

Dice Gesù:
«Te ne addolori? Io pure. Poveri bimbi! I pargoli che Io amavo tanto e che devono morire così! Ed Io che li carezzavo con una tenerezza di Padre e di Dio che vede nel pargolo il capolavoro, non ancora profanato, della sua creazione! I bambini che muoiono, uccisi dall’odio e fra un coro di odio.

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